Roma, fuori dalla Borsa un nuovo futuro più luminoso

Al secondo tentativo, Friedkin ha raggiunto il risultato. L’OPA lanciata un mese fa si è chiusa superando la soglia critica del 95% che consente di acquistare le azioni residue e lasciare Piazza Affari. L’avventura giallorossa sul listino azionario non si è rivelata un successo: le azioni furono collocate nel maggio 2000 (era Sensi) a 5,50 euro ma avevano già perso il 78% del loro valore, appena un anno e mezzo dopo, nonostante lo scudetto conquistato. Negli ultimi anni la presenza dell’AS Roma in borsa era diventata – per volume scambiato, flottante e significatività dei prezzi – pressoché simbolica. Pare in generale tramontata l’era delle quotazioni nel mondo del calcio che sembrava, sul finire degli anni ’90, la nuova terra promessa della finanza pallonara. In Italia restano quotate Juve e Lazio mentre all’estero resistono Ajax, Borussia Dortmund, Porto, Lione, Manchester United, Besiktas e pochi altri. Non si segnalano progetti di quotazione, a dimostrazione che gli affari si concludono ormai tra contraenti privati.

La differenza tra una public company (cioè quotata su un listino pubblico) e una privata consiste nella possibilità per gli azionisti della prima di comprare e vendere azioni istantaneamente, su un listino dove il prezzo si forma in base a domanda e offerta del momento. In una società privata, invece, lo scambio delle azioni può concludersi solo se compratore e venditore si incontrano, trattano, si accordano sul prezzo. 
La scelta di quotare una società può risultare funzionale ai bisogni di proprietà che vogliono monetizzare valori inespressi, raccogliere i frutti di uno sviluppo dell’azienda che il mercato può riconoscere e dunque pagare. Oppure una società può decidere di finanziare piani di crescita ambiziosi, allargando la platea degli azionisti al pubblico mercato, raggiungendo così un bacino di capitali che il socio di controllo non può portare da solo. Difficilmente queste condizioni si verificano nell’industria del calcio. 
La quotazione comporta la necessità di interagire anche coi piccoli investitori, obbligando la società a una trasparenza informativa non richiesta alle società private. L’esigenza di tutela del pubblico risparmio sottopone le quotate al controllo degli organismi di vigilanza (in Italia la Consob) e al rispetto di vincoli e procedure.  
Più in generale, una società quotata si regge su un patto non scritto tra management e azionisti: a corrispettivo dell’investimento richiesto a questi ultimi, il gruppo di controllo (e il management che esso sceglie) devono assicurare all’investimento un rendimento coerente col rischio assunto. Ciò significa che l’azienda deve seguire un piano che la porti a generare utili nel tempo. Il prezzo di borsa riflette le aspettative di utili futuri, nel calcio piuttosto aleatori. Ecco perché un club si presta poco alla quotazione: molti sono in perdita ed è giusto che gli azionisti di controllo sostengano gli sforzi necessari al risanamento economico. l’AS Roma non fa eccezione a questa regola.  
Con l’uscita dalla Borsa risparmierà un po’ di costi, oggi necessari per adempimenti e obblighi richiesti dallo status di quotata, ma acquisterà soprattutto snellezza operativa nelle decisioni e capacità di finanziare il club con più flessibilità e meno vincoli.

I Friedkin potranno dedicarsi più liberamente al piano di risanamento e agli investimenti necessari per rendere la Roma un veicolo appetibile per altri investitori: lo stadio è una tappa fondamentale di questo percorso così come l’innalzamento del profilo tecnico del club e la sua stabilizzazione nel gruppo di candidate alla Champions. Le mosse di mercato sembrano orientate a questi obiettivi che l’entusiasmo della piazza rende oggi realistici. L’arrivo di Mourinho ha elevato il profilo internazionale del team, che ha infatti conquistato un trofeo europeo. L’annuncio di Dybala può essere un altro passo in questa direzione. 

La Roma esce dalla Borsa. Lazio, blitz a Milano per Provedel

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