Sarri, intervista esclusiva: "Il mio scudetto? Una squadra vera"

 
Partiamo bene. Maurizio, quale la squadra che ha espresso il calcio più vicino alle tue idee? 
«L’ultimo Napoli, quello dell’ultimo anno intendo. Giocava il calcio che avevo in mente, un calcio di coinvolgimento totale. Ma anche nelle stagioni di Empoli avevo ricevuto dai ragazzi quello che volevo. Al Chelsea e alla Juve sono stato troppo poco per poter incidere in maniera pesante. E poi oggi è più difficile, più il tempo passa e più si afferma l’individualismo, e non solo nel calcio. È un cambiamento generazionale, non mi piace e impone degli adattamenti. Anch’io sono cambiato, in parte mi sono adeguato». 
 
Oggi non puoi non soddisfare alcune mie curiosità, chiarire alcuni passaggi della tua carriera. Partiamo dai contrasti con Chiellini nelle prime settimane alla Juve. 
«Nella fase iniziale non ce ne furono. Se ricordo bene, nella prima partita Chiellini giocò e segnò pure. E due giorni prima della seconda, col Napoli, si ruppe i crociati. Era una Juve giunta a fine ciclo e io me ne accorsi subito». 
 
Aveva Ronaldo. 
«Ho il rimpianto di non averlo potuto allenare da giovane. Ho trovato un giocatore che si era affermato attraverso un certo calcio ed era diventato un’icona mondiale. La squadra doveva adattarsi a lui, non il contrario. Con me segnò 33 gol in campionato e quattro in coppa e insomma non è mai semplice convincere un campione con fatturati del genere a cambiare percorso».
 
Il tuo percorso. 
«A me piace un calcio in cui tutti si mettono al servizio del collettivo per sviluppare un gioco in cui i movimenti, tanto quelli difensivi quanto quelli offensivi, non prevedono esenzioni di alcun tipo». 
 
Ti dobbiamo alcuni termini che sono diventati di uso comune. Prima di Sarri la difesa non “scappava” all’indietro. 
Sorride stringendo gli occhi. «Anche l’introduzione del drone in allenamento mi dovete». 
 
Giusto, a Empoli. 
«Fu davvero casuale. Da due mesi si girava sul tetto della tribuna per inquadrare la linea difensiva e verificare gli allineamenti dei quattro. Ma a un certo punto l’osservazione risultava in diagonale e quindi imperfetta, imprecisa, inutile. Un amico di Accardi, che possedeva la licenza per l’impiego dei droni, ci disse che sarebbe stato facile per lui fornire il servizio ideale… ed era esattamente quello che volevo. Oggi i droni li usano tutti: ai ragazzi puoi mostrare le immagini dall’alto e intervenire per correggere chi ha fatto il movimento sbagliato, ritardato o anticipato». 
 
Sei considerato tra i pochi allenatori in grado di migliorare i calciatori, un altro è Conte. 
«Abbiamo filosofie diverse però, al di là della bravura di Antonio, quello che fa la differenza è sempre la disponibilità dei ragazzi, la fame, la voglia di perfezionarsi. Con i “non arrivati” è più facile. In carriera il più veloce a comprendere quello che chiedevo è stato Albiol, difensore di livello superiore. In pochissimo tempo capì tutto, al punto che io potevo anche starmene a casa, l’allenamento avrebbe potuto dirigerlo lui». 
 
Hai cambiato anche la sostanza tattica di Mertens. 
«Avevamo tre esterni d’attacco per due posti, la grande qualità di Lorenzo e l’equilibrio che garantiva Callejòn erano imprescindibili, così Mertens trovava poco spazio. A Bergamo, in dieci contro undici, tolsi Higuaìn e misi Dries centrale. Venti minuti mostruosi, prese due rigori, insomma li fece impazzire. L’anno dopo, quando persi Milik durante la sosta della nazionale – si ruppe i crociati – decisi di riproporlo in quella posizione». 
 
Maurizio, cosa rappresenta la Lazio per te, oggi? 
«Qui sto bene, mi piace l’ambiente, ho la possibilità di esprimermi e soprattutto di divertirmi. Anch’io sono cambiato, ora il lavoro mi deve procurare divertimento, è cambiato il mio sentimento nei confronti del calcio. Mi piace anche la gente laziale, da fuori mi ero fatto un’idea completamente diversa, sbagliata. Il 99 per cento del popolo laziale è formato da famiglie, da giovani. E lavorare in un club che non appartiene a un fondo ma a una famiglia, mi dà gusto. Allo stesso tempo mi rendo conto delle difficoltà economiche che si possono incontrare, minori risorse, certo». 
 
Il capofamiglia non è popolarissimo tra la sua gente. L’hanno ribattezzato il “gestore”.
«Non riesco a capire fino in fondo i motivi della sua impopolarità, come l’hai definita. Comunicazione? Possibile. Ma Lotito ha preso la Lazio che era un disastro e bene o male la tiene costantemente tra le prime 5, 6 e in Europa. Pensa, io lo trovo piacevole, è un uomo di spirito ed è uno che ti ascolta». 
 
Il mondo si è fatto un’idea diversa. 
«Lotito avrà mille altri difetti, ma è di rara intelligenza, ha una cura ossessiva dei dettagli e soprattutto sul piano sportivo lascia piena autonomia». 

Allora è Tare che non digerisci. 
«Non ho mai avuto problemi con lui. Possiamo non concordare sulla valutazione di un giocatore o su alcune scelte, ma questo rientra nella normale dialettica di un gruppo di lavoro». 
 
Sul mercato quanto incidi? 
«Se non mi viene chiesto un nome non lo faccio. Illustro le caratteristiche tecniche, i parametri caratteriali della figura che mi serve, e pongo molta attenzione sul dato anagrafico. La stagione scorsa eravamo una delle squadre più vecchie d’Europa, il ricambio era necessario». 
 
Perderai Luis Alberto? 
«Per il secondo anno di seguito ha espresso la volontà di finire la carriera in Spagna. Più che in Spagna in generale, proprio a Siviglia. Non so dirti se l’avrò ancora a inizio settembre. Ragazzo intelligente, gran bel giocatore e carattere, se vuoi, particolare». 
 
E Milinkovic, negli ultimi mesi è cresciuto tanto? 
«Sergej è di livello altissimo, piccoli difetti e potenzialità ancora inesplorate. In alcuni momenti della partita privilegiava l’estetica, la giocata che definisco effimera, a scapito dell’efficacia. Però è vero, nell’ultima parte del campionato ha cercato la funzionalità e ha fatto la differenza». 
 
Ricordo che pochi mesi prima dell’arrivo a Roma, quando ancora ti si immaginava altrove, mi sorprendesti dicendo che secondo te la Lazio aveva vinto meno di quanto avrebbe potuto. Ricordo ancora le tue parole: ha un centravanti che garantisce 30 gol all’anno e il centrocampo più forte d’Italia, il più completo. 
«Il perché l’ho capito dopo». Sorride di nuovo. 

Chiarisci. 
«Le manca l’equilibrio della grande squadra. Tanto quello mentale quanto quello tattico. Nella partita secca poteva e può battere chiunque, il guaio che è molto spesso si fa mancare, si perde. Quello che desidero quest’anno è mostrare una squadra vera e dai primi allenamenti ho ricevuto sensazioni molto positive». 
 
Nella stessa città lavorano gli opposti, tu e Mourinho. 
«A me Mourinho sta anche simpatico. Le differenze dipendono in prevalenza dal punto di partenza, dalle origini. Io sono cresciuto tra i Dilettanti, gente di un altro livello, dove per vincere dovevo incidere tanto, e in modo feroce, per compensare i limiti dei singoli. Mourinho è partito dal Barcellona e ha investito molto sulla qualità dei giocatori. Tra Stia e Barcellona c’è un bel cazzo di differenza… E poi io sono toscano di monte. Come Luciano (Spalletti, nda)». 
 
E Allegri di scoglio, Lippi di sabbia… 
«Anche Mazzarri è di sabbia, siamo brutta gente». 
 
Non ti ho ancora chiesto di Acerbi. 
«Nulla di tecnico, a fine stagione ha espresso il desiderio di cambiare aria e la società cercherà di accontentarlo, per questo sono stati fatti altri programmi». 
 
Sta per cominciare… 
(Mi anticipa) «Una stagione folle, cinquanta giorni di sosta non si erano mai visti, mi aspetto risultati imprevedibili». 
 
Quindi l’Inter e la Juve potrebbero anche non partire favorite. 
«La Juve era forte anche l’anno scorso, l’Inter la consideravo la principale candidata allo scudetto, però il mercato della Roma le fa cambiare gli obiettivi. Wijnaldum, Belotti, Dybala. Il Wijnaldum di Liverpool un giocatore fortissimo e Dybala con me è stato eccezionale. Il Milan può rivincere se conserva lo spirito della stagione passata, aveva una voglia feroce di imporsi e due tre giocatori che quando ripartono…». 
 
Hernandez e Leao, immagino. 
«Quelli fanno male sul serio». 
 
Cosa ti è rimasto dell’esperienza con De Laurentiis? 
«Una forma di affetto e gratitudine, mi ha concesso l’opportunità di misurarmi con il grande calcio ed era quello che volevo provare. Poi, certo, lavorarci insieme non è semplice». 
 
Ti aspettavi la partenza di Koulibaly? 
«Koulibaly ha un potenziale mostruoso, alla fine va in un calcio di altissimo livello». 
 
Ti riconosci nell’immagine che ti hanno cucito addosso? 
«Per niente, ma m’importa ’na sega. Sono molto diverso da come vengo descritto, per anni ho svolto un altro lavoro e non ho assorbito la superficialità del calcio. Sognavo di allenare una grande squadra e ci sono riuscito non una, ma più volte. A 63 anni non penso più alla carriera e i soldi sono meno importanti, mi sono evoluto: voglio il piacere, il divertimento e la Lazio può darmeli. Lavoro per creare una squadra vera, 25 giocatori che pensano allo stesso modo, per certi versi antistorica: il gioco del calcio per sua natura è collettivo e invece anche voi della stampa l’avete trasformato nel paradiso dell’individualità. Quand’ero ragazzo, leggendo i giornali la presentazione della partita era Milan-Inter o Juve-Roma, non Lukaku-Leao o Vlahovic-Abraham… Paradossalmente è stato uno sport individuale come il ciclismo a trasformarsi in collettivo. Io ho una passione immensa per il ciclismo, l’altra sera all’una e mezza di notte mi sono guardato la classica di San Sebastian, me l’ero persa. Nasco moseriano e sai perché? Da under 21 lui correva in Toscana con la Bottegone Pistoia. L’ho subito eletto a idolo e ho avuto la soddisfazione di vederlo campione». 

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