Napoli-Juve, la partita alla rovescia

NAPOLI – A ruoli invertiti soltanto quattro mesi dopo. Oltretutto nel ritorno di una partita che non ha avuto un’andata. Il 4 ottobre, quando l’Asl di Napoli impose alla squadra di Gattuso di non raggiungere Torino, il più in difficoltà – e in confusione – era in effetti il fresco di Juve Andrea Pirlo, un neopatentato al quale avevano consegnato una Ferrari, per dirla alla Graziani. Al contrario, Rino guidava spedito, godendosi Mertens e Osimhen: aveva vinto a Parma e dato sei pere al Genoa dimezzato dal Covid. Da allora le cose e i rapporti – personali, ambientali, di forza – sono radicalmente mutati: Pirlo ha aggiustato il tiro, recuperato o trovato alcuni titolarissimi (De Ligt, Chiellini, Alex Sandro, Chiesa), strappato la Supercoppa proprio all’amico e individuato più di una strada da percorrere: è riuscito addirittura a incoraggiare paragoni insensati – vedi, ad esempio, quello “strategico” e di princìpi con Allegri – e a far abbandonare, almeno provvisoriamente, le teorie e le ambizioni di bel gioco.

Più di una volta mi sono chiesto cosa sarebbe successo se in quella occasione il Napoli fosse sceso in campo: non ho potuto che risolverla con la formula del nonno che se avesse avuto tre palle sarebbe stato un flipper o una carriola se dotato di ruote. Valga per tutte la riflessione dell’antico maestro tv Alessandro Cutolo: “Con i se non si fa mai la storia, e nessuno può dire con serietà quello che sarebbe avvenuto ove la storia non avesse camminato come eff ettivamente ha camminato“. A parti invertite si ritrovano perfino Andrea Agnelli e Aurelio De Laurentiis. O meglio, più che invertite, stranamente convergenti su temi che l’autunno scorso li vedevano dalla parte opposta, ovvero favorevoli ai fondi e al canale della Lega: oggi sono entrambi sulla stessa linea di Lotito, contrari a investitori esterni e poco interessati a Lega channel. Ma così va il mondo del calcio, degli umori e degli squilibri, da noi.

Ciò che è successo da ottobre a oggi ha inevitabilmente cambiato la temperatura e i valori del campionato e mi ha fatto sorgere alcuni dubbi sulla reale consistenza del Napoli. A settembre ero straconvinto che potesse giocarsela per i primi tre posti, poi l’inattesa crescita del Milan, la determinazione dell’Inter e il ritorno della Juve mi hanno spinto a riconsiderare la qualità e la personalità degli uomini di Gattuso. Che ha le sue colpe, alcune delle quali in collaborazione con il presidente. Il giochino fors’anche elementare – per alcuni sciocco -, ad ogni modo stuzzicante, del “chi giocherebbe titolare nella squadra avversaria” mi ha indotto a pensare che nessun giocatore del Napoli troverebbe spazio nell’undici-base di Pirlo.

Sia chiaro: questa non può essere, e non è, un’attenuante per Gattuso, dal momento che ha perso con Genoa, Verona, Spezia, Sassuolo e AZ, formazioni meno qualitative della sua, apre tuttavia a nuove valutazioni.

PS 1. Sono rimasto molto sorpreso, nel recente rimpallo di accuse tra Juve e Inter, dalle voci sul presunto interessamento di Fabio Paratici per Nicolò Barella, per il quale stravedo da almeno cinque anni. Nel 2016 fui tra i primi a scrivere, ripetendolo alla radio e in tv, che nel giro di pochi mesi sarebbe finito in Nazionale, cosa che avvenne nel 2017 con
Ventura. I cagliaritani lo ricordano: la previsione fu peraltro riportata con orgoglio sardo anche dai siti dedicati. Bene: in più di un’occasione, in particolare quando il nome del centrocampista veniva accostato alla Juve, mi sono confrontato con il responsabile dell’area tecnica bianconera, il quale mi ha sempre ripetuto con spiazzante decisione che Barella non gli piaceva affatto (usava termini assai più coloriti). Per par condicio, sotto Napoli-Juve, segnalo che lo stesso sgradimento ha manifestato per Manolas.

PS 2. La lista di Draghi non prevede il Ministro dello Sport: il premier tiene per sé la delega oppure la dà a un sottosegretario. La sparizione del ministero è la prima cosa buona fatta da Spadafora. A sua insaputa.

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