Mancini, senti Gentile: “Me la giocherei con Scamacca”

Il campione del mondo 1982: “Purtroppo non abbiamo l’uomo che te la risolve, gente alla Riva, Boninsegna, Bettega. Ecco perché un giovane può essere la mossa giusta. Ma il c.t. ha creato un gruppo fantastico, in Qatar ci andremo”

Dal nostro inviato Marco Pasotto

14 novembre – Belfast (Irlanda del Nord)

Sarebbe una delle “sue” partite. Da azzannare, da prendere di petto a casa altrui, ingaggiando battaglie su tutti i palloni e contro tutti gli avversari, con il mitologico contesto britannico a sceneggiare e caricare ulteriormente il match. “Sarà una sfida che si giocherà molto sul piano atletico e quindi sarà molto combattuta”, conferma Claudio Gentile, eroe azzurro di mille battaglie – come e più di questa -, campione del mondo 1982 e oltre 70 presenze in Nazionale. Fosse per lui, a 68 anni giocherebbe ancora: “Curo molto il mio corpo, non ho un filo di massa grassa. Sono un ciclista incallito, esco tutti i giorni e mi faccio 80-100 chilometri. Il pallone? Vado a vedere le partite dei giovani e poi magari segnalo qualche giocatore”. Domani sera, però, c’è da mettere le mani su quel Mondiale che lui quasi quarant’anni fa riuscì a portare a casa.

Quante partite simili, da dentro-fuori, le è capitato di vivere in carriera, e come si preparano?

“Beh, nel 1982 in Spagna i dentro-fuori arrivarono presto, anche perché avevamo iniziato piuttosto a singhiozzo, con diversi pareggi (Polonia, Perù, Camerun, ndr) e passammo il girone soltanto grazie alla differenza reti. Ecco, mi pare un’analogia benaugurante dal momento che rispetto alla Svizzera abbiamo questi due gol di vantaggio da tenerci stretti”.

Come sono le vigilie di questo tipo?

“Occorre saper gestire la grande tensione che si viene a creare e che a volte può portarti a sbagliare. Sono situazioni difficili da descrivere, ognuno le vive in una forma molto personale. Certo, sono impegni non facili da preparare, a volte più delle parole bastano gli sguardi. Quelli giusti, ovviamente. Ha ragione Mancini: niente ansia. Io per esempio mi vedevo e rivedevo le partite degli avversari, studiavo le caratteristiche dell’attaccante che avrei dovuto marcare. E arrivavo preparato per poterlo limitare. Se ti prepari bene, la tensione resta sotto i livelli di guardia perché sai di arrivare pronto alla sfida”.

A proposito di ansia: quanto la preoccupa la partita di Belfast?

“Ma non mi preoccupo mica. Sono fiducioso sulla qualificazione, anche perché non sarà facile nemmeno per la Svizzera. Vedo che alcune cose si danno troppo per scontate. La squadra nel secondo tempo di Roma ha reagito, ha saputo imporsi e potevamo vincere. Occorre ripartire dalla ripresa. Il gruppo è lo stesso di questa estate, i meccanismi anche, basta riannodare i fili”.

Quando giocavo dicevo ‘aiutiamoci’. Ovvero aiutare il compagno in termini tattici, con un raddoppio di marcatura in più magari.

Claudio Gentile

Dopo l’Europeo l’Italia ha vissuto alcuni passaggi a vuoto. Come se lo spiega?

“Anche se hai dimostrato di essere il più forte, le cose non possono sempre andare bene. E, soprattutto, chi vince trova più pressione e aggressione da parte degli avversari, che raddoppiano le forze. Anche se non sono avversari di grande nome. Anzi, a volte in questi casi è pure peggio. È un impegno mentale intenso”.

Ma come si gestisce il “contrappasso da vittoria”?

“L’allenatore è il primo che deve darti dei segnali. Deve ricordarti che da quel momento in poi diventa più dura perché non ti viene concesso più nulla. Bearzot lavorava molto su questo aspetto ed era molto bravo. Si arrabbiava parecchio e ti teneva la spina attaccata”.

Ok l’aspetto mentale. Ma l’Italia a volte, come nel primo tempo con la Svizzera, è irriconoscibile.

“Gli alibi non mi piacciono, ma gli assenti non possono passare sotto traccia. All’Olimpico eravamo senza diversi giocatori importanti. Perdite che pesano. Ecco perché diventa essenziale che l’allenatore tenga alta tensione e concentrazione”.

Al netto dei momenti di blackout, le piace come Mancini fa giocare gli azzurri?

“Quando vedi l’Italia vera, quella che usa al meglio gioco e pressione, è molto piacevole. Il metodo è secondario. È bello osservare una squadra che ti dà quell’impressione di poter vincere. In estate l’Italia mi ha fatto vedere di essere squadra vera, e lo è ancora”.

Con un evidente problema del gol, però. E a Belfast dovremo segnare.

“Purtroppo non abbiamo quegli attaccanti che storicamente ci sono sempre stati. Riva, Boninsegna, Bettega, Graziani. Fatichiamo a trovare giocatori che risolvano le partite. Poi, è questione anche di come si concepisce il centravanti: per me è quello che magari tocca solo una palla e la butta dentro. Non conta giocare novanta minuti e fare chissà quali ghirigori. Serve entrare nel tabellino”.

Una delle opzioni in Irlanda del Nord è l’impiego di Scamacca. Se lei fosse il c.t. si sentirebbe di tentare questa scommessa?

“Sì, lo rischierei. Mi giocherei la carta del giovane che ha voglia di spaccare il mondo. Perché no. E poi dopo un po’ i giovani devi iniziare a farli giocare, soprattutto se non hai grandi alternative. Scamacca potrebbe essere la mossa giusta”.

Passiamo alla difesa: quanto le piace la coppia centrale juventina Bonucci-Chiellini? Per lei è un forte richiamo al suo passato.

“Sono il meglio che abbiamo in questo momento, dietro non vedo chissà cosa. Le colonne sono loro. Finché ci garantiscono sicurezza, lunga vita a Leo e Giorgio. Sono anche molto contento per Calabria, lo seguo da tanto e gli avevo pronosticato un futuro azzurro di livello. Purtroppo né lui, né Chiellini potranno essere della partita”.

Ma Bonucci e Chiellini quanto potranno andare ancora avanti? Se fra un anno saremo in Qatar, ce li vede ancora uno accanto all’altro?

“Assolutamente sì, ce li vedo ancora. Però sarà passato un altro anno e là dietro servono alternative. Occorre lavorare bene per rinforzare le alternative sia in difesa che in attacco”.

A Belfast chi potrebbe decidere la partita?

“Chiesa lo vedo bene. Ha le caratteristiche giuste per risolverla, un ragazzo dalle qualità incredibili”.

Che cosa le piace maggiormente di Mancini?

“Ha saputo creare un gruppo fantastico, una squadra molto unita. In estate è stato qualcosa di bello da vedere, non è così scontato che un intero gruppo accetti tutte le decisioni dell’allenatore. Ecco perché dico che sono certo che andremo al Mondiale”.

E se così sarà, dove potrebbe arrivare questa Italia?

“In alto se Mancini proseguirà correttamente il lavoro di costruzione. L’ha eseguito bene fino ad ora, quindi non vedo perché non debba continuare”.

Ma lei domani sera che cosa direbbe alla squadra in spogliatoio prima di scendere in campo?

“Quando giocavo dicevo ‘aiutiamoci’. Ovvero aiutare il compagno in termini tattici, con un raddoppio di marcatura in più magari. E in termini mentali, confortandolo se commette un errore. E’ in questo modo che si esce da partite così complicate”.

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