La rincorsa dell’Inter dribblando flop e fair play Uefa: è Conte la svolta

Dal 2011 spesi sul mercato 353 milioni, stesso monte ingaggi, ma fatturato cresciuto. Lukaku ha spazzato via il totem Icardi, con Antonio il primo vero sapore di vittoria

Davide Stoppini

18 febbraio – Milano

Bin Laden era ancora vivo, Instagram era stato lanciato da appena sei mesi e già toccava i 5 milioni di visualizzazioni mensili, Mario Draghi sarebbe da lì a poco diventato Governatore della Banca centrale europea, negli Stati Uniti usciva il film Contagion, che a vederlo oggi – con una pandemia in corso – fa venire i brividi. L’Inter, poi, aveva le maglie a strisce verticali, non a zig-zag. E vinceva, certo. Da lì a poco, da quel 2 aprile 2011 dell’ultimo derby scudetto al 29 maggio successivo, i nerazzurri avrebbero alzato al cielo la Coppa Italia, ancora oggi l’ultimo trofeo del club. La storia ha messo per iscritto quel che era già chiaro all’occhio critico di allora: l’Inter di Moratti era arrivata alla fine di un ciclo che l’aveva portata sul tetto d’Italia, d’Europa e del mondo.

la panchina

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Quella di oggi un ciclo prova ad aprirlo. O almeno, prova a rompere uno zero che stona. Tanto per rendere l’idea: nella storia del club, l’astinenza più lunga tra un trofeo e l’altro è stata di 11 stagioni sportive, tra il quinto scudetto pre Seconda Guerra Mondiale e il sesto del 1952-53. Il digiuno pesa, il digiuno costa. Costa 12,5 milioni di euro di ingaggio ad Antonio Conte, il tecnico preso per mostrare all’Italia che la storia poteva davvero cambiare (e vai a sapere che poi ci sarebbe stata una pandemia di mezzo e i problemi finanziari conseguenti). Leonardo, il tecnico che in quel 2011 vinse la Coppa Italia subentrando a Rafa Benitez, guadagnava 2,5 milioni, lo stesso spagnolo non superava quota 5.

viavai

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È cambiato il mondo, in questi dieci anni. Curiosamente, il monte ingaggi della squadra – nell’estate 2011 – era di 145 milioni: oggi siamo a quota 149, cifra simile. Ma qui la curva è crescente, all’inseguimento di un trofeo, non al consolidamento/ringraziamento ai vecchi che già avevano vinto. In mezzo il club ha acquistato 140 calciatori: non tutti hanno vestito la maglia della prima squadra, molti sono serviti per monetizzare, scambiare, fare plusvalenze, in generale rifondare. Un viavai infinito: per capirsi, nello stesso periodo in uscita sono state completate 440 trattative, numero al lordo che considera anche i giocatori mollati dalla Primavera e mai arrivati in Serie A, rilasciati oppure venduti.

fair play

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In mezzo c’è un club cresciuto sul piano del fatturato: nel 2011 i ricavi si attestavano a 268 milioni, nel 2019 – ultimo bilancio senza l’effetto della pandemia – l’Inter aveva toccato il record di 377 milioni, al netto delle plusvalenze. E sì che è cambiato tutto. In dieci anni ci sono stati due passaggi di proprietà: da Massimo Moratti a Erick Thohir nel 2013, poi da Thohir a Suning nel 2016. Il club ha attraversato l’inferno del fair play finanziario, da cui è uscita nel 2019 dopo il settlement agreement con la Uefa, sotto la guida del direttore sportivo Piero Ausilio, lui sì anello di congiunzione di questa decade nerazzurra. Così si spiega il grande numero di operazioni sul mercato, il player trading necessario per sopravvivere, o per crescere, fate voi. Il saldo acquisti/cessioni di questo decennio è negativo per 353 milioni: Kondogbia, Joao Mario e Nainggolan le operazioni onerose più deludenti. Lukaku – preso al posto di Icardi, il 9 che tanto ha segnato ma che nulla ha vinto – è invece il fiore all’occhiello, oltre che l’uomo più pagato di sempre, 75 milioni di euro e tanta voglia di scudetto.

gli altri nove

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Derby, quello di domenica, che per Conte può voler dire imboccare un’autostrada o finire di nuovo in una statale trafficata. Ma almeno lui ha la scelta, davanti. Prima di lui avevano tentato/sperato invano in nove: Gasperini, Ranieri, Stramaccioni, Mazzarri, Mancini, De Boer, Pioli, Vecchi e Spalletti. Mai l’Inter era arrivata così vicina al vertice, il meno uno dalla Juve dello scorso campionato ha segnato un confine, un avvicinamento concreto – e non solo con gli slogan – alla vittoria. Ora non resta che andare a dama: il 23 maggio 2021, ultima giornata di campionato, saranno passati 3647 giorni dalla vittoria della Coppa Italia. Dieci anni meno sei giorni, fa più effetto così

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