Katia Serra si racconta dopo l’emozione di Wembley: “Sì, sono una pioniera”

Intervista a Katia Serra, prima donna a commentare sulla Rai una finale della Nazionale. Scopriamo di più sull’ex calciatrice, oggi telecronista e docente universitaria

Martina Procaccini

14 luglio – Milano

L’Italia è sul tetto d’Europa: gli azzurri di Mancini vincono Euro 2020 a Wembley, Berrettini ci porta in finale a Wimbledon, (Pietrangeli nel 1960 si fermò alla semifinale), l’Italbasket si qualifica alle Olimpiadi e una donna fa la telecronaca di una finale calcistica sulla Rai. La nostra Nazione è davanti agli altri nello sport e non solo. Perché forse non siamo abituati ma che una donna narrasse una finale della Nazionale non era mai accaduto prima in Europa . Il suo nome viene preso come soluzione di fronte ad un’emergenza, ma in casa Rai si potevano anche prendere strade diverse eh! E invece no, per sostituire la coppia Alberto Rimedio e Antonio Di Gennaro (il primo malato di Covid) sono stati scelti Stefano Bizzotto e l’ex calciatrice, oggi docente universitaria e appunto telecronista Katia Serra.

Katia, perché questo avvenimento fa così notizia nel 2021?

“Perché purtroppo non siamo abituati a farci spiegare il calcio da una donna. Raccontare e spiegare sono due cose diverse: i giornalisti raccontano, gli esperti lo spiegano. Ci sono molte brave giornaliste che lo narrano ma una donna che lo spiega è più rara. Fa parlare per questo motivo e sono fiera di essere la prima, sarebbe bello che fossimo sempre di più per non farla passare più come una notizia, ma come la normalità. Spiegare il calcio non è una questione di genere ma di competenza”.

Quindi, esistono poche donne con competenza calcistica?

“Le donne in tv, essendo giornaliste, non hanno esperienza in campo. È un racconto di natura diversa. Il mio ha un input esperienziale che mi aiuta a trasmettere le emozioni. La conoscenza nasce dal vissuto e le donne della mia generazione non sono arrivate a farlo perché non avevamo le stesse opportunità che invece hanno le ragazze di oggi. Noi abbiamo spianato la strada dal punto di vista delle opportunità, creando modelli. Dal Mondiale femminile del 2019 in Francia abbiamo cominciato a capire che le calciatrici troveranno più facilmente spazio nel mondo del pallone, ma anche in altre professioni”.

Ti senti una pioniera?

“Sì, ma non solo per questa finale. Lo sono stata anche per altre cose meno importanti della finale: le partite della Tim Cup, quelle delle Nazionali giovanili maschili in Rai, le gare della Lega pro e su Sky della Serie A. Mi auguro che così si possa aprire un nuovo corso. Per occupare spazi dobbiamo diventare pioniere altrimenti non si creano da soli”.

A un uomo, per arrivare a raccontare una finale della Nazionale a Wembley, sarebbero serviti gli stessi anni di carriera?

“Mi vien da ridere. Chi lo può mai dire? Probabilmente no, ma in realtà molti uomini, ex giocatori, non sono riusciti a farlo. Quindi è anche una questione di fortuna, di essere al momento giusto nel posto giusto. Magari lavori per una tv che non ne ha i diritti”.

Cambieresti qualcosa della telecronaca di domenica?

“No, io credo che una volta finita non devi cambiare niente, poi riascoltandoti un difetto lo trovi e magari ti migliori la volta successiva. Io da domenica non ho ancora avuto tempo di farlo.

A microfoni spenti che cosa vi dicevate tu e Stefano Bizzotto?

“Poche parole, molti sguardi. A volte di speranza a volte di preoccupazione, soprattutto nel primo tempo. Nel secondo eravamo carichi. C’è un feeling lavorativo spontaneo con Stefano. Le parole a microfoni spenti hanno a che fare con le questioni logistiche e organizzative”.

Come hai commentato il rigore sbagliato da Jorginho?

“Mi sembra di non averlo commentato perché a volte i silenzi valgono più delle parole. Ho ritenuto giusto che ognuno restasse con le proprie emozioni di fronte a una situazione in cui tutti eravamo un po’ delusi”.

E sulla poca sportività inglese? “L’ho commentata a più riprese: non ho mai tollerato il gesto di togliersi la medaglia. In onda ho ricordato anche che io ho perso uno scudetto ad uno spareggio, però la medaglia è un riconoscimento perché a quella finale ci sei arrivato. È poco rispettoso nei confronti degli avversari e degli organizzatori. Condanno questo gesto, così come i cori di offesa, mentre c’era il nostro inno. L’ha detto Stefano al mio posto, io ho taciuto perché acconsentivo. Non mi sono piaciuti neanche i tuffi di Sterling, ne ha fatti più del solito. Un giocatore forte come lui rovina anche la sua immagine da atleta. Doveva evitare, troppo plateale”.

Cosa ti è piaciuto di più dell’Italia?

“La rivoluzione culturale di Mancini sul modo di giocare, l’appartenenza e lo spirito di amicizia che ha caratterizzato il gruppo e che emergeva dalle partite. E il coraggio delle idee”.

Che cosa intendi per coraggio delle idee?

“Mancini è stato coraggioso con certi cambi che hanno indirizzato la partita. E la squadra ha ben interpretato le sue scelte giocando con una difesa alta e aggressivi davanti”.

La cosa più bella di questi Europei?

“Il ritorno allo stadio. Questo permette di goderti la partita in modo diverso. Per il mio lavoro è assolutamente fondamentale per leggere la partita da un punto di vista tattico e avere una visione d’insieme. Ma anche da tifosa l’atmosfera allo stadio è molto più emozionante”.

Poi, se lo stadio è Wembley, la partita è la finale degli Europei contro l’Inghilterra e il risultato è a nostro favore ai rigori, l’emozione diventa davvero indescrivibile”.

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