Inzaghi, Correa & Co.: quando i tecnici si inguaiano da soli

L’allenatore dell’Inter non è ripagato dal fedelissimo argentino. Da Allegri a Lippi, in tanti sono stati traditi dai loro protetti

Attenti ai fedelissimi, ogni tanto possono tradire. Senza nemmeno volerlo. È una trama che si ripete, più o meno avvincente, anche nel calcio. Il meccanismo è visto e rivisto, eppure si ripropone a ogni latitudine e a cadenza ciclica, quasi ineluttabile. Prendiamo l’episodio più recente, con Simone Inzaghi e Joaquin Correa attori protagonisti.

Desiderato

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L’attaccante argentino è alla seconda stagione all’Inter, arrivato su espressa indicazione di Inzaghi, che alla Lazio ne ha apprezzato l’utilità e la versatilità, anche se accompagnate da frequenti pause per infortunio. Quando Joaquin è stato in condizioni fisiche decenti è riuscito a dare il suo contributo alla causa biancoceleste. Del tutto diverso il bilancio all’Inter: salvo un paio di partite con discreti acuti, per il resto è da insufficienza piena. Tanto che lo stesso staff nerazzurro si interroga se sia il caso di insistere sul puntero sudamericano. Gli stessi dubbi extralarge accompagnano Romelu Lukaku, sempre più irriconoscibile nel suo ritorno a Milano. Ma il gigante belga ha un vissuto diverso da Correa, bollato con la garanzia pluriennale data da Inzaghi. Qui siamo al solito tormentone, con il tecnico che ci mette la faccia: “Vi assicuro che con me farà ancora meglio di quando l’ho allenato le prime volte”. Il giochino, sorretto da una non si sa quanto automatica mozione degli affetti, a volte riesce, ma spesso si inceppa.

Poche tracce

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Correa è stato nel giro della nazionale argentina che poi ha vinto con merito il Mondiale. Quindi uno da Seleccion, non uno scoperto sui campetti di periferia, per ora sforna prestazioni imbarazzanti, che non fanno che complicare la vita a Inzaghi, suo appassionato mentore. Tanta fiducia non viene ripagata. Con Lukaku ai minimi storici, l’Inter si regge sull’esperienza e la bravura di Dzeko, 37 anni a marzo, e sui lampi di Lautaro Martinez. Di Joaquin, a 28 anni, l’età standard della maturità per un calciatore, poche e deludenti tracce, che non giustificano nemmeno di sfioro i 33 milioni spesi nell’estate 2021 per l’acquisto. Con la chiamata in… Correa di Inzaghi.

Carissimo Paul…

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La letteratura calcistica ha altre storie di mancata riconoscenza tra gli intoccabili cocchi e gli allenatori. Anche Massimiliano Allegri, seppure per motivi del tutto diversi, non ha mai potuto contare sul suo caro, carissimo Paul Pogba, tornato alla Juve per rifarsi dopo la triste dipartita dal Manchester United. Qui gli infortuni hanno rovinato la favola del ritorno, tutti aspettano un cenno di riscossa del francese. Sempre Allegri, dal Milan ha arruolato in bianconero Mattia De Sciglio, buon soldatino che però non è mai riuscito a diventare in via definitiva un pilastro della difesa bianconera. Un altro totem della Signora, Marcello Lippi, quando lasciò per la prima volta Torino nel 1999, nella stagione successiva all’Inter rivolle con sé Angelo Peruzzi, Vladimir Jugovic e Paulo Sousa, tre titolari della squadra che aveva conquistato la Champions League nel 1996. In sé e per sé, giocatori dallo spessore tecnico indiscutibile, ma con quattro anni e diversi chilometri in più. Risultato: prima annata a intermittenza, la seconda chiusa da Lippi a ottobre in piena crisi.

La morale

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Un maestro crede sempre di poter ricreare le stesse magiche condizioni con i suoi discepoli: lodevole intenzione, ma tutto scorre, niente è come prima. Anche quando si guida la Nazionale. Enzo Bearzot nel 1986 in Messico, poi Lippi da c.t. nel 2010 in Sudafrica, si sono legati a doppio filo a chi aveva regalato quattro anni prima la Coppa del Mondo. Con che coraggio lasci a casa uno della tua guardia imperiale? Italia che vince non si cambia. Poi però gli scenari si trasformano, i muscoli pure e le motivazioni altrettanto. Lo dice anche l’almanacco: le uniche nazionali che hanno vinto due titoli di fila sono gli azzurri di Pozzo, nel 1934 e 1938, e il Brasile di Pelé, nel 1958 e 1962. Perciò niente di strano che il bis non riesca. Qual è, insomma, la morale? Anche con la riconoscenza, se esageri rischi di inguaiarti. Vale nella vita, vale sul campo e in panchina. Meditate, mister, meditate…

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