Fughe azzurre: codice Mancini per proteggere l’Italia

Chissà ieri cosa avrebbe detto Lele Oriali a Stefano Sensi, se il team manager della Nazionale fosse ancora anche un dirigente dell’Inter, una volta rientrato ad Appiano, chiusa la dieci giorni azzurra di settembre. E chissà se Mancini avrà ancora l’occasione di dire qualcosa al suo “vice Jorginho”, che lo ha mollato a poche ore da Italia-Lituania, lui annunciato tra i titolari del match, accusando un problema fisico e ottenendo l’ok a lasciare il ritiro di Reggio Emilia. Come è noto dieci minuti dopo aver iniziato il viaggio verso Milano, il giocatore ha pensato bene di lanciare un messaggio Instagram ai tifosi interisti, tranquillizzandoli sul suo stato di salute e dando appuntamento a Marassi, visto che evidentemente si sentiva già pronto per giocare. A dire il vero, la vicenda, a freddo, ha colpito il ct più per l’ennesimo “malanno” di Sensi che per la sua improvvida uscita social, ai suoi occhi ricaduta sul giocatore. Ma è un fatto che l’episodio è stato il più imbarazzante delle ultime 48 ore in seno alla Nazionale. Un tourbillon di partenze da gestire, che ha riacceso l’attenzione sul problematico rapporto club-Italia, forse irrisolvibile.

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Italia, contro la Lituania restavano solo 23 dei convocati totali

Prima della terza partita, a Reggio sei giocatori in 48 ore rientrati in anticipo alle rispettive sedi con acciacchi di varia natura, non si erano ancora visti durante la sua gestione. In totale, dei 35 convocati iniziali, sono rimasti a disposizione in 23, più gli indisponibili Zaniolo e Emerson in tribuna al Mapei. Il fatto è che alla ripresa del campionato il solo Chiesa non sarà recuperabile. Già a marzo c’era stata una mezza dozzina di forfeit nel finale del raduno per il via alle qualificazioni mondiali. […] Stavolta il quadro è diverso. E Mancini non ha ricevuto telefonate dirette, come lui ha assicurato nel dopo partita al Mapei Stadium, le pressioni dei suoi colleghi e delle società varie verso i propri giocatori (Sensi in testa), ci sono state eccome. Eppure il ct ha sempre dichiarato di voler prestare attenzione alle esigenze delle varie squadre di appartenenza dei suoi ragazzi. Minutaggi e presenze non hanno rispettato solo i bisogni della Nazionale. Jorginho per dire è arrivato a giocare tre partite da titolare (dando la propria disponibilità al ct) solo perché Sensi si è tirato fuori. Magari stavolta la gestione non è stata così lineare. Di sicuro Mancini non cambierà certo adesso il proprio modus di operare. Che il punto di appoggio su cui il ct ha fatto leva per sollevare la sua Nazionale fi no al vertice europeo sia appunto la forza di un gruppo unito e sano è un fatto assodato. Non ha usato, per realizzare l’impresa, il celebre codice etico di prandelliana memoria. Piuttosto un Codice Mancini. Fatto di scelte, di promozioni, di esclusioni, di colloqui, di equità. Con casi paradigmatici come quelli di Kean, Raspadori e Zaniolo, i nostri giovani d’oro. Mancini non ha avuto paura della fama di bad boy di Moise. Lo ha lanciato, poi lo ha punito, lo ha seguito, lo ha tagliato a maggio, non ritenendolo ancora “a misura” del suo gruppo. Preferendogli al contempo proprio Giacomino, talentuoso e acerbo, bravissimo figlio, fatto crescere grazie a un’esperienza unica per un ventenne come quella di diventare campione d’Europa. […] Con Zaniolo ad applaudire in tribuna, dove aveva scelto di accomodarsi, senza far rientro a Roma, pur indisponibile.

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