Carnevali esclusivo: "Il Sassuolo indica la via alla Serie A. Cosa penso di Lega e Superlega"

Puoi consolarti con gli oltre 60 milioni che le due operazioni hanno fruttato.  
«Ventidue Boga, 36 più 6 di bonus e il 10 per cento sull’eventuale rivendita per Scamacca. Mi sembra una buona cosa, no? Anche perché il West Ham è una società di vendite».

Anche voi non scherzate: quanti milioni hai raccolto sul mercato in quasi dieci anni?  
«Il tempo scorre troppo in fretta e finisce che non ci pensi più. Da Vrsaljko a Gianluca, mamma mia quanti ragazzi sono passati da qui prima di spiccare il volo».

Tu la costante.  
«Quasi dieci anni e tutti in serie A. Nel 2019 ho avuto la possibilità di andarmene, c’era l’offerta, ma ho preferito restare fedele alla famiglia Squinzi. Gente fantastica, semplice, dei grandi lavoratori. Papà, mamma e adesso i figli e quella bella persona che è Carlo Rossi, l’attuale presidente».

Se non sbaglio, hai appena compiuto 40 anni di calcio.  
«A livello dirigenziale. Giocavo nella Solbiatese. Ruolo, in mezzo al campo. Un osservatore stava per portarmi alla Salernitana, il trasferimento sfumò e proprio insieme a lui, mai fermarsi, fondai la Milanese, società dilettantistica. Il presidente era mio padre, Augusto, appassionatissimo di calcio – ora va per i 92 – io il vice. Introducemmo criteri originali per la categoria, invece di affidarci al solito allenatore dal doppio lavoro, puntammo su ex giocatori. Ricordo Garavaglia, Fiorin, gente che ha continuato ad allenare. Poi nell’86 conobbi Marotta, che era al Monza».

L’incontro della carriera.  
«Ero riuscito a vendere tutti i giocatori della Milanese tranne uno. Due al Milan, uno all’Inter e così via. Beppe ne aveva presi un paio, io gli segnalai che il più forte era proprio l’invenduto. Fui talmente persuasivo da convincerlo ad accollarsi anche quello. Curiosamente l’unico finito in serie A, Fabio Cinetti. Cinque presenze all’Inter, poi Torino, Chievo eccetera…».

Ti ricordo giovanissimo in Costa Smeralda insieme a Arrigo Sacchi, Giorgio Vitali, Ricky Sogliano, Ariedo Braida, Oscar Damiani.  
«Un gruppo di amici, uscivamo spesso insieme, a Milano. Io il più giovane, tacevo, ascoltavo, assorbivo. Insomma, imparavo. Sì, Marotta è stato il mio maestro, già a fine anni 80 aveva una visione che non era limitata al campo e al mercato».

Qualcuno, proprio nell’occasione sarda, raccontò di aver visto Sacchi ballare sui tavoli.  
«Arrigo amava la bella vita e anche ballare, ma si è sempre trattenuto. Mai sui tavoli. Era già Sacchi, vinceva le coppe… Crescere accanto a Marotta è stato molto formativo, io ero una specie di team manager, ma mi occupavo anche di altro. In quegli anni conobbi pure Galliani, eravamo un po’ tutti monzesi, tra originali e per elezione. Pavia, Como, Ravenna e nel ’96, investendo sugli studi che avevo fatto, fondai Master Group Sport, allargando le mie conoscenze. Grazie a questa società, occupandomi di comunicazione, fui contattato dalla signora Squinzi, Adriana, che mi propose il Sassuolo. Non sapevo neanche dove fosse, Sassuolo, e all’inizio presi tempo. Quando si presentò il patron non seppi dirgli di no, era impossibile negarsi a Squinzi. Il giorno che entrai in sede mi resi conto che c’era tutto da fare».

E tutto hai, avete fatto.  
«Lo stadio, il centro sportivo. Sei mai venuto a vederlo?».

No.  
«È bellissimo. Squinzi impostò il club con i caratteri e i parametri dell’azienda, pura imprenditorialità, indicando i vari passaggi del percorso di crescita. La linea dei giovani italiani era e resta centrale, lui sognava di portare i suoi giocatori in Nazionale. Purtroppo è mancato nel 2019 e non ha avuto la possibilità di veder realizzato il sogno… Il Sassuolo oggi è un modello di calcio sostenibile, qualcuno ci considera un’anomalia del sistema».

È un modello difficilmente adattabile a un club di prima fascia.  
«Ne sei proprio convinto? Io no. È chiaro che a Sassuolo ci sono le condizioni ideali per far giocare, sbagliare anche e maturare i giovani, ma allo sviluppo del talento noi abbiniamo da sempre l’obbligo della competitività».

Tra i tanti giocatori che sono passati da Sassuolo chi non ha rispettato le attese?  
«Vrsaljko ha fatto bene ma non tanto quanto mi aspettassi. E poi Sensi, tanta qualità e sensibilità. Purtroppo Stefano è stato frenato dagli infortuni. Spero che a Monza ritrovi una condizione atletica che gli permetta di esprimere il suo calcio».

Lo confesso: non pensavo che Scamacca potesse arrivare in Nazionale.  
«Lui è il presente e il futuro dell’Italia, un attaccante completo, è molto migliorato nell’ultimo anno, ha potenzialità ancora inespresse. Possiede struttura fisica, tecnica, deve imparare a giocare di più con i compagni. E ha un tiro straordinario, quando lo calcia lui il pallone ha un suono diverso. Inoltre è un ragazzo eccezionale, bravissimo. Tutte le storie sul padre e il nonno appartengono a una letteratura che non lo riguarda».

Raspadori, Lopez, Berardi e Traoré sono rimasti, per mesi mi sei sembrato il Mastrota del calcio: questo me l’ha chiesto il Milan, quest’altro lo vuole la Juve, anche dall’estero arrivano proposte. Venghino siori…  
Sorride. «Il mercato termina il primo settembre, quando si saranno disputate quattro giornate: è una scadenza che contesto perché secondo me la sessione dovrebbe concludersi alla vigilia della partenza del campionato… Raspadori è il nostro giovane vecchio, un ragazzo estremamente maturo, tra i migliori prodotti del settore giovanile curato da Francesco Palmieri».

La vostra è una struttura orizzontale, giusto?  
«Giovanni Rossi è il responsabile dell’area tecnica, Davide Cangini si occupa dello scouting e Palmieri del vivaio, sono figure sostanzialmente sullo stesso piano, al di là della naturale complementarietà».

Luca Moro e Riccardo Ciervo i prossimi successi?  
«Ragazzi che mandiamo a giocare perché hanno qualità, potenziale. Per la prima squadra abbiamo preso Alvarez dal Penarol e Thorstvedt dal Genk».

Questa sessione all’insegna del compro soltanto se prima vendo ha cambiato i valori del campionato?  
«La Juve è quella che è migliorata di più, l’Inter se non perde Skriniar parte alla pari, Lukaku un colpo pazzesco. Le altre sono dietro, anche se il Milan può confermarsi. C’è molto entusiasmo a Roma dopo l’arrivo di Dybala, siamo nel periodo in cui tutti si sentono più forti».

Non la Lega di A.  
«Hai ragione, è giunto il momento di svoltare, troppe opportunità non sono state sfruttate, troppi e troppo gravi gli errori commessi. Il nuovo presidente Casini ha idee giuste, ma il punto di partenza deve essere un nuovo atteggiamento dell’assemblea, la fine dei piccoli potentati. L’ideale sarebbe un management operativo, libero di prendere decisioni in autonomia».

Ti dichiarasti tradito dai superleghisti.  
«Sorpreso e tradito. Non credo alla Superlega nei modi in cui l’avevano progettata. Per prima cosa deve esserci un sistema meritocratico, tutti devono avere la possibilità di partecipare. Secondo me nel lungo periodo, magari sotto il cappello dell’Uefa e tenendo presente il merito sportivo, si arriverà a qualcosa di simile. Il calcio europeo sta fronteggiando una grande crisi economica e teniamo conto che la Premier è diventata una sorta di Nba del calcio. In futuro bisognerà cambiare per avere un presente».

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