Alfaro: «De Rossi, sfido te e l’Italia!»

TORINO – Se definiamo l’Ecuador come la sorpresa più grande del calcio del LatinoAmérica non andiamo lontano dal vero. Analizziamo i numeri: loro non mentono mai. Nel girone Conmebol di qualificazione a Qatar 2022 la Tricolor occupa, dopo 4 partite, il 3° posto in classifica dietro a due giganti, Brasile e Argentina, ma davanti a grandi del continente come Uruguay, Colombia e Cile. Il bilancio delle 4 gare è ampiamente positivo: sconfitta 1-0 (immeritata) contro l’Argentina alla Bombonera, quindi un filotto pazzesco di 3 successi, 4-2 casalingo alla Celeste, 3-2 nell’altura dell’Armando Siles di La Paz contro la Bolivia e, dulcis in fundo (almeno per ora), il triumfazo contro i cafetéros, un 6-1 clamoroso che, dalle parti di Bogotá fa ancora male, anzi malissimo.  
L’età dell’oro del calcio ecuadoriano coincide con l’avvento sulla panchina di Gustavo Julio Alfaro, argentino di Rafaela, capoluogo del Departamento Castellanos, provincia di Santa Fe. Una volta chiusa l’esperienza al Boca Juniors, che allenò nel 2019, quando giocò con il Xeneize Daniele De Rossi, è stato contattato dalla Fef, la federcalcio del Paese, e gli sono state affidate le chiavi della Tricolor dopo il brevissimo interregno di Jordi Cruijff, l’unico ct della storia del calcio ecuadoriano a non essersi seduto in panchina nemmeno per una partita. A 22 giorni dall’inizio della Copa América, il ct ha deciso di raccontarsi, in esclusiva a Tuttosport, e pure di lanciare una bella idea, attraverso questa intervista, che ha due destinatari speciali: Roberto Mancini e, appunto, DDR16.  
 
CHE AVVENTURA – «Onestamente ciò che mi trovo a fare è un lavoro totalmente differente da quello a cui ero abituato: per 28 anni ho fatto l’allenatore di squadre di club e la dinamica di lavoro è radicalmente diversa da quella in una Nazionale. Non avevo esperienza, prima di questa mia avventura, né in una Selección, né nel Fútbol ecuadoriano, anche se, nel corso della mia carriera, ero venuto in Ecuador da allenatore avversario, come per esempio nella Libertadores del 2019, quando con il Boca Juniors affrontammo la LDU di Quito. Al mio arrivo la situazione non era proprio semplicissima: c’erano problemi in federazione dopo l’addio di Crujiff con lotte interne per spodestare il presidente federale. Mi sono messo sotto col lavoro per capire dove eravamo, ciò che dovevamo fare. Sono fermamente convinto che l’Ecuador abbia una generazione di grandi giocatori che per il momento non ha ancora ottenuto il riconoscimento internazionale che meritrebbe: siamo, però, sulla buona strada e con il passar del tempoi avremo sempre più peso e credibilità. Un po’ come accaduto a suo tempo alla Colombia quando era allenata da Pekerman: con lui sono arrivate due qualificazioni Mondiali e i giocatori sono stati acquistati dai top club europei.  
Dovevo fare una rapida diagnosi, capire cosa avevo, cosa serviva, cosa mancava. I ragazzi sono stati collaborativi al massimo: è un piacere lavorare con gente così! Si sono incolonnati subito dietro ai nostri principi cardine, hanno ben capito la mia idea di gioco, i miei dettami. Volevo, volevamo tornare a generare nella squadra la sensazione di non sentirsi inferiori a nessuno, ovviamente con il giusto rispetto che bisogna tenere agli avversari. Ho detto loro: “Siate coscienti delle vostre qualità, delle vostre capacità. Cominciate a guardare la parte davanti della maglia, quella con lo scudo con il giallo, il blu, il rosso, con i colori nazionali e non quella di dietro con il vostro nome. Quando lo farete, sarete davvero in grado di giocarvela contro tutti, di essere alla pari con ogni rivale”. E così è stato: hanno capito e fatta loro questa idea. Siamo cresciuti, cerchiamo di perfezionare elementi decisivi nel calcio di oggi come la distanza tra le linee, il pressing, i blocchi corti, la fisicità e la corsa. Credo che i frutti di questo lavoro si siano visti già dalla partita della Bombonera contro l’Argentina. Sono fortunato, ho a disposizoone giocatori tecnici, veloci e potenti: le vittorie hanno portato loro fiducia e la fiducia ha portato sicuerezze. Peccato però, che, per colpa della pandemia, siano state sospese le 2 partite in programma a marzo perché la squadra era in un ottimo momento.  
Ora, però, la situazione rischia di essere leggermente cambiata: l’Ecuador, dati alla mano, non è più “la sorpresa”. L’Ecuador è “la realtà”, un rivale da battere e gli avversari lo sanno. Quindi dobbiamo metterci in testa che le cose su cui si deve lavorare duro sono ancora molte, perché, per esempio, nelle scorse eliminatorie Mondiali l’Ecuador a livello di punti stava meglio di noi adesso: aveva vinto le prime 4 ed era a punteggio pieno, ma alla fine non andò in Russia. Quindi serve testa sul collo e concentrazione: l’eliminatoria è lunga è difficile e, a causa del calendario rivoluzionato dal covid, non abbiamo nemmeno la chance di disputare amichevoli in cui provare uomini e soluzioni. Siamo costretti a convocarli e a metterli in campo, per questo bisogna rendere minimo il margine di errore. Dunque proviamo a star vicino ai giocatori giorno dopo giorno per far loro capire che la Nazionale è sempre presente anche se non sta giocando. Io e il mio staff proviamo a instillare nei giocatori un sentimento di appartenenza e di dipendenza dalla Nazionale perché se tutti noi dipendiamo da tutti noi, sì, allora stiamo bene.  
A giugno inizia un ciclo da incubo: il 4 andiamo in Brasile, poi l’8 ospitiamo il Perù quindi il 12 inizia la Copa América a Bogotà contro la Colombia. Sì, non c’è che dire, un calendario ingolfato: in Europa, a livello organizzativo, siete messi un pelino meglio. La Copa América va disputata: è già stata posticipata di un anno, anche se permangono dubbi se si potrà alla fine giocare in Colombia vista la drammatica situazione politica nel Paese e i molti morti. Il nostro obiettivo in Copa? Io dico ai giocatori che si gioca sempre per vincere: quando allenavo l’Arsenal de Sarandì nessuno ci dava un peso, nessuno pensava potessimo arrivare in fondo alla Copa Sudamericana, e io ripetevo ai ragazzi “Dove sta scritto che non possiamo vincerla noi, questa Copa?”. Alla fine trionfammo, quindi se uno si convince e lavora duro può farcela, proprio come capitò a “El Arse” nel 2007. Ora ripeto la stessa cosa: “Dove sta scritto che l’Ecuador non può essere campione?”. Sì, vogliamo continuare a far bene in Copa América anche se storicamente non abbiamo mai impressionato in questa manifestazione. Vogliamo comunque che sia il completamento di un percorso ben preciso cominciato nelle qualificazioni. L’obiettivo principale è centrare il Mondiale del prossimo anno in Qatar. Sarebbe, bellissimo, un’impresa, la 4ª partecipazione alla Coppa del Mondo. Un trionfo che dovrebbe essere festeggiato come merita e magari in questo potete aiutarci voi di Tuttosport: una bella amichevole tra la Tri e gli azzurri di Mancini e Daniele. Sarebbe meraviglioso: noi dell’Ecuador promettiamo di mettercela tutta, voi potete far giungere questo desiderio all’Italua e a De Rossi? Daniele è un fuoriclasse, come giocatore e come uomo, mi manca e ho voglia di abbracciarlo. E’ una persona sublime, un grande de verdad». Come non chiedere a un clamoroso Maestro de Fútbol come Gustavo Alfaro se, nella sua Nazionale, ci sono elementi pronti al salto in Serie A? «Il calcio che giocate lì da voi è molto impegnativo: non solo per il livello di professionalità che esige ma pure per l’aspetto tattico. Il vostro Fútbol è ipertattico, quindi devi avere molto ben chiari i concetti e la disciplina che servono per giocare lì. Io penso che i calciatori dell’Ecuador siano in un continuo ed evidente processo di crescita: per arrivare in Italia devono passare da altri campionati in Europa che li forgino bene al grande salto, che li preparino a ciò che serve nel calcio d’Oltreoceano mentre modellano il loro profilo professionale. C’è un giocatore che, a parer mio, è già pronto nonostante la giovane età. E’ il centrocampista Moisés Isaac Caicedo: può farsi valere nel calcio di qualsiasi nazione, ha talento, gran testa, personalità, gioventù, voglia di spaccare il mondo e un futuro brillantissimo. Da 6 mesi gioca nel Brighton: se gli verrà data la possibilità saprà imporsi come talento assoluto, come un crack pazzesco. Occhio poi al vivaio dell’Independiente del Valle: sfornano gioielli in serie. Sono organizzatissimi, sembrano il Boca, lavorano come un top club. Solo che al Boca hai l’urgenza di vincere, all’Independiente del Valle no e questo è un aiuto nella crescita dei talenti».  

 

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