È stata la mano di Tatarusanu

Milan e Inter si sono scontrate brandendo accenti molto diversi, alcuni dei quali sorprendenti. Penso ad esempio alle prestazioni di Perisic e Calhanoglu, l’ex detestato, quest’ultimo migliore in campo insieme a Daniele Doveri, l’arbitro: curioso, nella settimana in cui Rocchi ha deciso per disperazione di dare fiducia ai giovani, da Sozza a Rapuano, da Ayroldi a Dionisi, il quasi 44enne di Volterra ha centrato la direzione perfetta: non ricordo un solo errore in 94 minuti. Quindi arbitrare bene si può.

E non c’è stata la mano di Diego, solo il volto sulla maglia, al Maradona. Ma non è bastato. Il Napoli ha mostrato alcuni momenti di ottimo calcio, specie nella prima mezz’ora quando – al di là del gol di Simeone favorito da un duello con Barak perso malamente da Mario Rui – è riuscito a non far ripartire gli avversari costringendoli a sofferenze e abbassamenti. Nel complesso la sua è stata una partita di dominio, buona ma inefficace: il lavoro di Fabian e Anguissa, una coppia di mediani come l’hanno pochi in Europa, non ha trovato il naturale sviluppo verticale anche per l’ordine, l’energia e le astuzie, alcune delle quali perdonate da Ayroldi, con cui il Verona si è difeso nei suoi trenta metri.

A proposito di astuzie che non appartengono in esclusiva al Verona, il problema delle troppe perdite di tempo funzionali rilancia il vecchio progetto del tempo effettivo. Una soluzione troppo intelligente per essere adottata da questo calcio.

Mou, la Roma e un posto altrove

Due parole su Mourinho e la sua Roma le spendo doverosamente, per aver cercato – in settimana – di chiarire una volta di più (e per tutte) le origini della crisi di risultati e gioco di una squadra che non può permettersi alcun lusso (leggi torti arbitrali: uno decisivo anche ieri). Difficilmente sopportabile risulterà la lunga sosta, poiché consentirà ai detrattori del portoghese, così come agli analisti di superficie e agli intellettuali incompresi, di sparare bordate fino a sfinirsi e sfinire, quando invece basterebbe accettare un’evidenza, poco piacevole: la Roma (media 1,58), così com’è stata concepita, è da sesto posto. Rispetto a quella di Fonseca che giunse settima con 62 punti (media 1,63) ha Dzeko, Spinazzola (e quel che resta di Smalling) in meno e Abraham e Viña, assente a Venezia, in più (Rui Patricio per Pau Lopez l’unico progresso tecnico effettivo). Non ho citato Bruno Peres – mai apprezzato – anche se per coraggio e intraprendenza vale il doppio di Karsdorp.

Una puntualizzazione: le 27 conclusioni verso la porta di Romero pesano quanto le 13 degli avversari. Anzi, è assai più grave che la squadra di Zanetti – alla quale devo delle scuse per averla definita impresentabile a fine agosto – abbia trovato a più riprese vita facile.

«In questa stagione che fa male al corpo e all’anima» (cit. Special One) e ad altre parti, Mourinho, che non ha ancora inciso come dovrebbe e che di allarmi ne ha lanciati in tempi meno sospetti, dovrà riuscire a portare la Roma al passaggio-chiave di gennaio conservando una situazione di classifica non compromessa per correggerne utilmente i difetti attraverso operazioni mirate: difesa e centrocampo hanno bisogno di interventi seri. Genoa, Torino, Bologna, Inter, Spezia, Atalanta e Samp gli ostacoli da qui all’eternità.

PS. Ricordo bene le parole dell’ex ad Guido Fienga dopo le prime polemiche di e alla Mourinho: «A noi manca una efficace politica arbitrale, vedrai che questi attacchi ce li faranno in qualche modo pagare». Così Fienga, che non è Paolo Fox.

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