Roma, la spinta del popolo di Mourinho

Il 25 maggio, a Tirana, saranno trascorsi 5.114 giorni dall’ultimo trofeo alzato dalla Roma, quattordici anni e un po’. E allora, mentre l’Olimpico sta ancora cantando Venditti ed è già mattina, deve riuscirvi facile comprendere cosa significhi questo traguardo, questa opportunità, per il popolo giallorosso, la cosa migliore della seconda semifinale. Mourinho aveva chiesto ai tifosi di entrare in campo e giocare ed è stato accontentato. Una partita brutta, sporca, ma poco cattiva, è stata illuminata dalla presenza e dalla partecipazione dei sessanta(e passa)mila romanisti che avevano una gran voglia di ritrovarsi di nuovo finalisti e possibilmente vincenti. 

Un anno e un giorno dopo l’annuncio del suo sorprendente arrivo nella capitale e del suo ritorno in Italia, José Mourinho ha ricavato il massimo da un gruppo che ha saputo reinventare e armare degli attributi necessari per affrontare e superare anche i propri limiti tecnici. Alla squadra ha dato un corpo, un tono e uno spazio anche grazie – come detto – alla luce miracolosa della tifoseria.

Dicevo di una gara sporca e poco spettacolare, nella quale la Roma è stata capace di ridurre al minimo la sofferenza, limitandosi al controllo e riducendosi a lanci lunghi e spesso troppo alti per il povero Abraham, protagonista nel finale di una scena d’altri tempi, un dialogo a distanza con l’allenatore che, incurandosi della richiesta di aiuto dell’inglese (fammi uscire, non ce la faccio più, vuoi anche il sangue?, questo il senso di Tammy per lo sfinimento), ha atteso fino all’88’ prima di toglierlo dal campo.

Gli inglesi migliori li ha avuti certamente la Roma: Abraham è stato fantastico per applicazione e sacrificio e ha pure segnato il gol che porta la squadra a giocarsi la Conference League con il Feyenoord, e Smalling ha fatto la differenza in entrambe le sfide con il Leicester, evidenziando un notevole progresso nella condizione generale. 

Una raccomandazione finale (in tutti i sensi): suggerisco di evitare i confronti, decisamente fuori luogo, con lo spettacolo di Real-City di mercoledì. Parliamo di pianeti ancora molto distanti e di un riavvicinamento impossibile. Solo le emozioni, per chi le sa provare, si somigliano. Tempo fa, su twitter, lessi una frase che mi piacque parecchio, non ricordo l’autore, ma l’ho conservata. Questa: “Cerco una posizione privilegiata per godermi lo spettacolo della logica che si schianta contro l’imprevedibilità di un’emozione”. Ecco, il tifoso romanista quella posizione ieri sera l’ha trovata.

Roma in finale di Conference: la festa sotto la Curva Sud

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