Mertens, l’ultimo ballo di Ciro

Sembrava ieri che si girava all’Olimpico e disegnava un pallonetto che era una perfetta parabola che andava a morire nella porta laziale sotto la Curva Sud. Gli anni passano anche se ti chiami Mertens. E finisci col comprendere che è arrivato il momento di smettere. Dries lo ha candidamente ammesso in un programma della tv belga che è un viaggio culinario dello chef Sergio Herman con i volti noti del Paese. Il belga, oggi al Galatasaray, ha confessato che è arrivato il momento di fermarsi: «Può sembrare strano, ma ho davvero voglia di lasciare il calcio. Non sai mai cosa succederà dopo e mi piace ancora molto giocare. Il mio è il lavoro più bello del mondo, ma non vedo l’ora di avere più libertà e fare il padre di famiglia. Ho raggiunto l’età in cui di solito si smette. Diventi più lento e fisicamente non riesci sempre a essere pronto. Prima entravo in campo e non avevo bisogno di riscaldarmi. Ora no. Mentre i più giovani lo fanno naturalmente. Mi dà fastidio, non è divertente». Ha proseguito: «Quest’anno compirò 37 anni. Nella mia testa ne ho 25, ma il corpo dice il contrario. Penso che sarà la mia ultima stagione. Voglio provare a realizzare altro nella vita».

Mertens, una carriera in salita

È stata lunga la carriera di Dries. Lunga e intensa. La carriera di uno che si è conquistato tutto sul campo. Al Psv e soprattutto al Napoli. Dove ha avuto l’intelligenza e la lungimiranza di aspettare la sua occasione, grazie anche a una educazione familiare non usuale nel calcio. È stato a lungo sottovalutato e sottoutilizzato. Arrivò il primo anno di Benitez. Nessuno lo ricorda ma nel primo anno di Sarri (quello dei 36 gol di Higuain) Dries giocò la miseria di 1.087 minuti in Serie A. Era considerato un giocatore da mezz’ora. Un’ala da far entrare quando gli avversari calavano. Ci volle un incastro impensabile affinché la sua pazienza fosse premiata e il suo talento sbocciasse. Innanzitutto la cessione di Higuain. Che da sola non sarebbe mai bastata. Poi, arrivò l’infortunio di Arkadiusz Milik che era partito segnando gol a grappoli. Fuori due. Ma ne aveva ancora uno davanti: Manolo Gabbiadini. Che però si fece espellere a Crotone. Sarri aveva finito gli attaccanti e allora schierò Mertens falso nueve. Quel giorno nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato il capocannoniere della storia del Calcio Napoli. Cominciò a segnare e non si fermò più. Alla fine sono stati 148. Fu con lui centravanti, non con Gonzalo, che il Napoli di Sarri sfiorò lo scudetto. Una pioggia di gol, tanti bellissimi. Segnava in ogni modo Dries. E a ogni squadra: in campionato come in Champions. Al Real Madrid, al Barcellona, al Liverpool, al Psg, al Benfica. Era il re di quella squadra. Per distacco il più amato dai tifosi.

Mertens, la frizione con Spalletti

Un fiammingo napoletano. Divenne il simbolo di quelle stagioni. Anche il suo nome cambiò: da Dries a Ciro. Un’immedesimazione totale e come accade nei rapporti totalizzanti fu dura accettare che un’epoca era finita. Non sprizzava di felicità con Ancelotti in panchina e fu tra i protagonisti dell’ammutinamento. Quando le scelte non sono dettate dal passare degli anni, è più complesso saper dire basta. Non ci riuscì lui. Non ebbe il coraggio di farlo De Laurentiis. La relazione proseguì. Un po’ si ravvivò. Un po’ si trascinò. A raccontarlo oggi nessuno ci crederebbe ma fu una sua frase in tv («È l’anno in cui sono più deluso, quest’anno le altre non erano più forti di noi») a scatenare il processo a Spalletti al termine del primo anno di panchina di Luciano. Il tecnico fu accusato dai tifosi di essere il responsabile del mancato scudetto.

Mertens, Napoli nel cuore

Il resto è storia. De Laurentiis si ricordò di quel che gli aveva detto Ancelotti. Aprì le porte dello spogliatoio e fece cambiare aria. Dries andò in Turchia e a furor di popolo il sindaco Manfredi annunciò per lui la cittadinanza onoraria. Era tutto pronto, la città si commosse al pensiero che Dries non avrebbe lasciato la sua casa di Posillipo. Poi, però, successe che senza Dries e i senatori il Napoli cominciò a vincere e non si fermò più. Addio cittadinanza. Benvenuto scudetto. Resta l’amore per un calciatore che ha fatto la storia del club e forse suo malgrado ha fatto capire che per vincere serve una giusta distanza tra squadra e città.


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