Malgioglio: “Grazie Mattarella, ma io devo tutto ai bambini disabili e alle loro famiglie”

L’ex portiere riceverà l’Ordine al merito: “Angeli che hanno dato senso alla mia vita”

Andrea Di Caro

14 novembre – Milano

Ogni uomo ha la sua personale Partita della Vita. Per molti è spesso una gara secca, il superamento di un ostacolo, il raggiungimento di un obiettivo. Astutillo Malgioglio, 63 anni ed ex portiere di Brescia, Roma, Lazio, Inter e Atalanta gioca la sua ogni giorno da quasi 45 anni. E ogni giorno la vince.

Ma il calcio non c’entra o semmai evidenzia ancora di più l’importanza di ciò che decise di fare quando era un giovane calciatore di Serie A e come tanti suoi colleghi avrebbe potuto dedicarsi a divertimenti, bella vita, serate e lussi e invece scelse di spendere tutto il suo tempo libero e tutti i suoi guadagni per aiutare bambini disabili. La sua è una storia commovente. La ripercorre con la delicatezza, la sensibilità, la dignità e l’umiltà di un uomo che nel racconto tende a farsi piccolo pur essendo un gigante e che non ama puntare il dito per accusare, preferendo usare le mani sul corpo di chi ha bisogno di cure.

Davanti ai complimenti per il riconoscimento che riceverà dalle mani del presidente della Repubblica Mattarella il 29 novembre, Astutillo si schermisce e ti spiazza con il suo cuore grande: “L’ho saputo due giorni fa. Ho già ricevuto talmente tanto dalla mia vita, che non penso di meritare anche questo”. Dice proprio così, “ricevuto tanto”, lui che ha dato tutto, per aiutare gli altri: “Non so se sono degno di ricevere questa onorificenza, voglio condividerla con le famiglie di quegli angeli che mi hanno dato la possibilità di fare la cosa più bella del mondo: aiutare il prossimo. E ogni volta che ci riesco, mi sento l’uomo più fortunato della terra. Quando ho ricevuto la notizia ero con i genitori di un bambino disabile, si sono commossi e questo per me è il senso di tutto”.

Condivisione, Malgioglio ripete spesso questa parola. Dal vocabolario significa: “dividere, spartire insieme ad altri, avere in comune”. È quanto Astutillo ha fatto sin da giovane: “Avevo 19 anni ed ero titolare del Brescia in Serie B quando, grazie ad un amico, visitai per la prima volta un centro per disabili. Mi impressionò la loro emarginazione, l’abbandono. Fu un’emozione fortissima, un pugno nello stomaco. I miei genitori si sono sempre impegnati nel sociale, mi avevano già ‘insegnato’ il rispetto e la solidarietà verso gli altri, ma quel giorno tutto mi apparve chiaro. La vita non poteva essere solo una palla di cuoio che rotola. Mi sono messo a studiare e mi sono specializzato nei problemi motori dei bambini. Poi col primo ingaggio ho aperto una palestra ERA 77 dalle iniziali del nome di mia figlia Elena nata nel 1977, mia moglie Raffaella e del mio. Lì offrivamo terapie gratuite ai bambini disabili. Li aiutavamo a camminare, a muoversi da soli”.

Lui e il mondo del calcio

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Quello che avrebbe meritato sostegno e applausi diventò però per la sua carriera un’etichetta negativa: “Nel calcio sono sempre stato un sopportato. È un mondo che gira solo intorno a se stesso e ai suoi piccoli drammi della domenica; ogni voce fuori dal coro è un pericolo. In tutta la carriera non ho mai saltato un allenamento. Ero uno di quelli che si definiscono ‘professionisti esemplari’. Eppure, spesso, non bastava. Qualsiasi altro interesse diverso dal pallone viene visto come una pericolosa distrazione, anche quando aiuti dei ragazzi disabili. Avevo sempre gli occhi di tutti puntati addosso. Dovevo rendere al 110% per non sentire le chiacchiere odiose di chi davanti a un errore in campo magari commentava ‘Quello pensa agli handicappati invece che a parare…’. Per anni ho fatto la spola tra il campo d’allenamento e la mia palestra a Piacenza: nessuno stress, nessuna distrazione, solo la sensazione di essere un uomo migliore”.

L’amarezza più grande

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Nel 1983 Liedholm lo chiamò alla Roma come vice Tancredi, l’anno dopo la vittoria dello scudetto. “Furono due stagioni splendide. La società mi è sempre venuta incontro: portavo i bambini disabili a Trigoria per la rieducazione, usavo la palestra della squadra dopo l’allenamento. Il calciatore Malgioglio aveva il piacere di giocare con Falcao e Cerezo, l’uomo Astutillo aveva l’onore di aiutare i bambini”.

Roma però portò con sé anche l’amarezza più grande. Dopo due anni in giallorosso passò alla Lazio, in Serie B. Fu una stagione tormentata. La squadra stentava, la società era assente, i tifosi non lo lasciavano in pace criticando il suo impegno fuori dal campo. “Mi sono sempre chiesto il perché di tanta ostilità; non ho mai preteso applausi, solo un po’ di rispetto”. In una partita persa in casa, fischi a ogni suo intervento, fino a quando comparve uno striscione in curva: “Tornatene dai tuoi mostri”. Anche un uomo mite ha un punto di rottura: alla fine della partita si sfilò la maglia, la calpestò, ci sputò sopra e la tirò ai tifosi. “Mi fa male tornare su questo episodio. Non rifarei quel gesto. Solo io e la mia famiglia sappiamo la sofferenza provata. Quello che mi ferì di più, non furono le cattiverie nei miei confronti ma la mancanza di rispetto, di solidarietà, di umanità per quei bambini sfortunati che non c’entravano niente. Il giorno dopo a Piacenza rividi i genitori di quei bimbi. Incrociando i loro occhi, non sapevo cosa dire. Molti di quei bambini non sono riusciti a diventare adulti”.

Trap e la fine della carriera

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Aveva deciso di smettere quando arrivò la telefonata di Trapattoni che scelse l’uomo prima del calciatore: “Firmai in bianco e restai all’Inter cinque anni, vincendo uno scudetto in nerazzurro. Con gli ingaggi rinnovai la palestra con attrezzature all’avanguardia. Venivano da tutta Italia per fare rieducazione nel mio centro. Quando andò via il Trap dall’Inter, si chiuse anche il mio percorso”. A 34 anni l’addio al calcio con la maglia dell’Atalanta. Con la fine della carriera sono venuti meno anche i fondi per il suo centro di rieducazione. “La struttura costava molto e io non me la sentivo di far pagare i pazienti. Non ho mai chiesto nulla a nessuno, né compagni, né società. Avevo tanti macchinari, li ho donati tutti. Purtroppo la palestra ho dovuto chiuderla nel 2000”.

Un bagno di umanità

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Ma con la moglie Raffaella non si è fermato: “Abbiamo deciso di intraprendere una strada diversa: seguire i casi più gravi a domicilio. E questo mi ha aperto un mondo umanamente ancora più intenso e appagante: perché siamo entrati a far parte di queste famiglie, abbiamo condiviso sofferenza, dolore, ma anche sorrisi, miglioramenti e risultati, riuscendo a capire meglio e a vivere sulla pelle la loro situazione e la disabilità. Il rimpianto per la chiusura della palestra è stato sostituito da questo infinito bagaglio umano che ha riempito definitivamente la nostra vita”.

Per anni Astutillo ha vissuto l’amarezza di essere stato dimenticato dal mondo del calcio. “Non ho mai cercato incarichi, a volte sarebbe bastata una telefonata, un ricordo, una carezza: io vivo di queste cose. Poi mi sono pentito di aver provato anche amarezza. La mia strada era un’altra e mi ha permesso di entrare ancora più a contatto con chi ha bisogno. Mi sono rinnovato anche nello spirito. Non rimpiango nulla e mi sento un uomo enormemente fortunato”.

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