L’ex allenatore di Dumfries: “Impara dagli errori, non teme le critiche. Ora deve… rallentare”

Alex Pastoor lo ha lanciato allo Sparta Rotterdam: “Lo volevano vendere, ho detto no: si è messo al lavoro ed è migliorato. Gentile e rispettoso e se impara ad alzare la testa in area…”

Francesco Sessa @fra_sessa

29 dicembre – Milano

Quando Dumfries faticava in Italia, molti in Olanda andavano da Alex Pastoor. È stato lui a lanciarlo tra i grandi, ai tempi dello Sparta Rotterdam. “A chi mi chiedeva cosa pensassi delle difficoltà di Denzel in Italia, rispondevo: Non preoccupatevi di lui: se una cosa sembra difficile, la supera lottando. E da una situazione complicata ne uscirà migliorato”. Detto, fatto: Dumfries si sta prendendo l’Inter. “Nelle ultime settimane è entrato nella parte, giocando bene e segnando. Penso stia crescendo molto come esterno a tutta fascia nel 3-5-2”.

È il suo ruolo ideale?

“Il gol contro il Torino è emblematico: quando l’Inter ha recuperato palla, Denzel era nella sua area. Con pochi passi, correndo al massimo della velocità per 80 metri, è arrivato al limite dell’area avversaria. Sono sempre stato incantato dai suoi passi lunghi, a mangiarsi il campo”.

E pensare che quando lei è arrivato giocava da difensore centrale.

“Nel gennaio 2015 sono diventato allenatore dello Sparta Rotterdam e Denzel giocava tra la prima squadra e le giovanili. Sì, era difensore. E nessuno lo considerava pronto per giocare stabilmente in prima squadra. Poi è arrivata l’estate e vedevo grandi miglioramenti. Mancava poco prima che la nuova stagione iniziasse e ho detto al mio staff: ‘Questo ragazzo deve giocare titolare’. Il contratto scadeva a breve e la finestra di mercato era ancora aperta. Stava per lasciare il club, ho chiesto alla società di dargli un contratto e mi dissero: ‘Perché? Non è nemmeno titolare’. Ho risposto che aveva un grande potenziale, che sarebbe diventato un giocatore importante per lo Sparta e anche un’ottima cessione nel futuro. E così è stato. Da quel momento l’abbiamo messo a destra”.

Cosa ha visto in lui?

“Ho capito che era adatto per quel ruolo. È migliorato in modo incredibile: ha sempre avuto una gran voglia di imparare, che è tra le sue migliori doti. Oltre alla forza fisica e, soprattutto, alla mentalità: è un ragazzo molto intelligente e ha questa abilità nel focalizzarsi sui suoi obiettivi personali. È un gran lavoratore: dà sempre tutto dal punto di vista fisico per arrivare al massimo livello”.

Viene fuori il ritratto di una persona determinata prima ancora che di un ottimo calciatore.

“La sua testa mi ha sempre impressionato di più del fisico e della tecnica. Sa dove sta la sua vera forza? Che non gli importa di fare errori, anzi: impara da questi. E dietro a tutto questo c’è un ragazzo gentile, rispettoso e con grandi valori”.

Lei in cosa ha lavorato maggiormente?

“Il mio assistente era Michael Reiziger, in Italia lo conoscete: ha giocato anche nel Milan. E ora è vice-allenatore di Ten Hag all’Ajax. È stato una figura preziosa per Denzel dal punto di vista tattico. Io ho puntato molto sul mettere insieme i pezzi e sul dare a Denzel la libertà mentale di cui aveva bisogno. Ed è stata una soddisfazione lavorare con lui”.

Quindi: è stato un genio lei o chi voleva mandarlo via non era all’altezza?

“Era un periodo complicato per il calcio in Olanda, era difficile che un club puntasse su un giocatore come Dumfries. Per diversi aspetti. Penso che la gran parte delle persone che lo hanno osservato non ci hanno visto bene. Ma, soprattutto, non hanno conosciuto fino in fondo la persona”.

Qualche esempio?

“C’è un aspetto che veniva fuori puntualmente ogni settimana. Analizzavamo la squadra e ogni singolo giocatore: non tutti erano contenti nel sentirsi dire cosa avevano sbagliato. Ma lui invece chiedeva sempre, spontaneamente: ‘Dove posso migliorare?’. E accettava ogni forma di critica come se fosse un regalo. E poi non aveva problemi nel prendersi responsabilità, anche quando era molto giovane e non aveva esperienza nel calcio professionistico. Magari eravamo sotto 2-0, mancavano pochi minuti ma trasmetteva a tutti la mentalità vincente”.

Com’è il vostro rapporto?

“Lo chiamo appunto il mio ‘football child’, mi ritengo il suo padre calcistico. L’ho lanciato che era ancora molto giovane. Quando questo accade, un giocatore non ti dimentica più. Ma anche tu, come allenatore, non dimentichi. E infatti sono ragazzi, lui e gli altri, con cui ho ancora un ottimo rapporto. All’inizio sei come un padre, poi crescono e diventi un fratello maggiore. E poi un amico con cui magari non parlano ogni settimana, ma sanno che possono chiamarti in qualunque momento. Per questo ci sono gli amici”.

Avete mai parlato di Inter?

“No: se parliamo di calcio, allora il rapporto torna a essere quello tra allenatore e giocatore, con magari punti di vista diversi. Però mi ha parlato molto bene di Milano e dell’Italia, come Paese in generale ma anche come esperienza professionale. Anche la famiglia è molto contenta”.

Dove può migliorare?

“Ci ha messo poco a raggiungere il livello richiesto all’Inter e a migliorare anche il proprio stile di gioco. Penso che ora stia migliorando molto anche nell’affidabilità: adesso si possono fidare di lui, sia come persona sia come giocatore. Ha raggiunto un’ottima continuità nelle prestazioni, quindi non saprei dire un aspetto su cui può migliorare: sta seguendo una sua strada e penso sia quella giusta”.

È vero che non sorride mai?

“Ha il sorriso più grande d’Olanda! Sa una cosa? Forse è colpa mia. Gli ho sempre detto: ‘Goditi la partita, ma non esultare dopo un gol: si esulta solo alla fine della partita’. Però con me non segnava tanto: arrivava a mille all’ora nell’area avversaria e ho dovuto insistere per spiegargli che se esci dall’autostrada e vai in un centro abitato, devi andare più piano. E così succede nell’area avversaria: bisogna rallentare, alzare la testa e fare la scelta giusta. Ecco: penso che questo sia un aspetto su cui può ancora migliorare”.

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