Lazio, processo tamponi: ora Lotito gioca la partita più difficile

Si decide sullo stop al presidente. Se fosse confermata la sentenza d’appello, il numero uno biancoceleste perderebbe il ruolo nel consiglio federale

La partita si “gioca” in uno degli abituali orari calcistici: alle 15 è infatti convocata al Salone d’onore del Coni l’udienza del Collegio di garanzia dello sport che dovrà prendere l’ultima decisione (almeno per la giustizia sportiva e a meno di un rinvio alla Corte d’Appello federale) sul caso Lazio-Lotito-tamponi. Da una parte i diversi legali di parte biancoceleste che hanno firmato i tre ricorsi, dall’altra la posizione della Federcalcio che difenderà la decisione della sua Corte d’Appello, il secondo grado della giustizia federale, che ha condannato il presidente dei biancocelesti a 12 mesi di inibizione, come i medici Ivo Pulcini e Fabio Rodia, e la società a una multa di 200mila euro. Non è prevista un’udienza “maratona”. Anche perché le parti hanno già depositato un’ampia documentazione già letta dal Collegio di garanzia, presieduto da Franco Frattini. A meno di colpi di scena, il dispositivo con la decisione dovrebbe arrivare nella giornata di oggi. Non è tanto una questione di mesi di inibizione, o meglio lo è in ragione del rischio per Lotito di superare la soglia dei 12 mesi di squalifica negli ultimi 10 anni oltre la quale scatta la decadenza da consigliere federale. Il che si verificherebbe nel caso di una conferma della sentenza d’appello.

Norme

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Diciamo che si “gioca” intanto su un primo fronte, quello della legittimità. Il “mestiere” giuridico del Collegio di garanzia dello sport, introdotto con la riforma approvata dal Consiglio nazionale del Coni, è quello di verificare che le sentenze espresse in sede federale rispondano alle norme dei codici e che non ci siano state violazioni procedurali. Per questo la Federcalcio chiederà l’inammissibilità dei ricorsi, ritenendo corretto ogni momento del percorso giuridico-sportivo della vicenda e conclamata l’esistenza di norme e della loro violazione, in termini di mancato avviso alle Asl dei casi di positività, mancato conseguente isolamento dei soggetti e quarantena dei “contatti stretti”, impiego di due calciatori risultati positivi almeno in uno dei test effettuati nei giorni precedenti. Per questo la Lazio tornerà alla carica rilevando che il cortocircuito delle mancate informazioni ricade sui laboratori che avevano messo in evidenza le positività senza obblighi di segnalazione da parte del club. Argomenti che erano stati bocciati in primo e in secondo grado dai giudici visto che proprio la “quarantena soft”, quella che ha permesso al calcio di ripartire nel giugno 2020, è basata proprio su un’attivazione immediata delle autorità sanitarie locali (che devono essere avvertite), le uniche che possono dare una “deroga” alle squadre per poter infrangere la quarantena per allenamenti e partite.

Il bivio

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Ma quanto il confronto lascerà il tema della “legittimità” e sconfinerà in quello del “merito”, magari indirettamente? È l’altra domanda. E l’altro fronte su cui potrebbero dare battaglia i legali della Lazio. In particolare, sulla posizione di Lotito. Insistendo sull’assenza di prerogative e competenze in termini di gestione sanitaria, una lettura che aveva convinto il Tribunale federale (che aveva dato tutta la responsabilità ai medici) ma non la Corte d’Appello. Bisognerà vedere se il Collegio di garanzia si riterrà competente sul tema o resterà nel suo ruolo di arbitro per giudicare solo la “legittimità” del procedimento. Una questione che sarà probabilmente il bivio più importante della “partita”.

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