Marotta, il grido d’aiutone

Beppe Marotta che da Varese chiede al governo maggiore considerazione invocando un differimento della tassazione per scongiurare il default, non parla per sé, ma a nome del calcio italiano, 7.000 professionisti – la sola Inter ha 300 dipendenti. L’esperto dirigente non è che il megafono del suo (nostro) mondo e viene immancabilmente preso a male parole soprattutto da chi non ha più nemmeno gli occhi per piangere, ma affitti (o personale) da pagare e scadenze di ogni genere.

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Il calcio è causa del suo male e ha quindi il dovere morale di provare a risolvere da solo i guai che si è (e ha) procurato. Fa bene Marotta a ricordare che garantisce un miliardo e duecento milioni di gettito fiscale e che nella classifica delle industrie del Paese occupa una posizione di assoluto rilievo, altrettanto opportuna è la sottolineatura relativa al costo del lavoro (stipendi del gruppo squadra) che con i chiari di luna derivati dalla perdita di biglietteria e attività da stadio e dalla fuga di numerosi sponsor grava per il 70 per cento sui bilanci, un’incidenza che porterebbe al fallimento qualsiasi azienda “normale”. Tutto questo non basta però a giustificare l’aiutone da parte di un esecutivo che non sa come dar da mangiare e lavoro a chi l’ha perso o lo sta perdendo a causa del virus.

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La sola cosa che la pandemia sta aumentando, oltre ai morti e alla paura, sono le distanze sociali: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Il nostro calcio dei poveri ricchi può contrastare la crisi unicamente con la condivisione del rischio: tocca perciò a calciatori, allenatori e dirigenti rinunciare a qualcosa oggi – in proporzione alle proprie entrate – per ritrovarsi in campo anche domani. Durante il lockdown qualcuno si è mosso in questa direzione. Qualcuno, non tutti. Rabbrividisco quando sento e leggo che ci sono calciatori – di Serie A, preciso – che non sono disposti ad alcun sacrificio. O che s’impuntano sul reingaggio come se fossero ancora rose e fiori.

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Il momento difficile deve mettere alla prova le capacità imprenditoriali dei presidenti, mai come oggi gestori non di una squadra, ma di un’azienda. E allora passi la circostanziata denuncia di Marotta – amministratore delegato, non boss pallonaro – ma è vietato piangere continuamente miseria (dopo – che so – avere appena garantito un triennale da 42 milioni lordi a Sanchez, una seconda scelta).

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PS. Nel momento in cui si inseguono i milioni salvifici dei fondi, poi, non è sensato denunciare ripetutamente il rischio del fallimento incombente. Nei fondi non confluiscono le risorse di angeli e benefattori.

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