Zaniolo esclusivo: “Mourinho, De Rossi, la Roma e la Lazio. Vi dico tutto”

Nicolò, anzi Nico: come è andata la trasferta negli States?
«Benissimo, è stato un tour utile per conoscerci meglio e lavorare tutti insieme. Sono soddisfatto».

Con l’Ecuador potevi segnare però.
«Peccato. Vorrà dire che il gol arriverà in una partita più importante».

All’Europeo, a questo punto.
«Speriamo. Uno dei sogni che avevo da bambino era giocare una grande competizione con la Nazionale. Farò l’impossibile per essere convocato».

Spalletti sembra voler recuperare il tempo perduto, dopo averti mollato giovanissimo all’Inter.
«Con lui il feeling è ottimo, il sistema di gioco mi piace, sto imparando tantissimo».

Però attento: il ct non ama le playstation e le partite a carte notturne.
«Allora in ritiro faremo quello che ci sarà consentito. L’importante è stare uniti: un piccolo sacrificio può essere necessario in nome di un grande obiettivo».

Anche da Unai Emery stai imparando? Con l’Aston Villa non stai giocando molto.
« È vero e ti confesso che probabilmente meriterei più spazio. Ma proprio per questo posso descriverti l’allenatore con maggiore obiettività: è uno dei più bravi in circolazione, mi sta migliorando sotto tutti gli aspetti. Lo metto sul piano di Guardiola, Klopp e Mourinho».

Di questi tre, quello che conosci meglio è stato esonerato dalla Roma.
«Non so cosa dire, non me lo aspettavo e mi dispiace per Mourinho. Ma non conoscendo la situazione dall’interno non posso commentare. Se mi domandi di De Rossi ti rispondo con più precisione».

Dimmi di De Rossi, certo.
«Non mi sorprende affatto il suo inizio. Daniele era allenatore già quando giocava. Un capitano pazzesco per me».

Visto che ci siamo, mi parli della tua verità sul divorzio dalla Roma? Ne abbiamo scritte e raccontate tante.
«Semplice. È stata una grande storia. Ho amato tanto e sono stato ricambiato. Ma le cose nel calcio come nella vita finiscono. Quando è così è meglio separarsi, pur conservando il ricordo nel cuore».

In realtà si è parlato tanto di problemi contrattuali e di rottura con i senatori dello spogliatoio. Due, Mancini e Pellegrini, ora sono tuoi compagni in azzurro.
«Non è successo niente di particolare. La verità è che qualcosa si era interrotto nel feeling con la Roma e abbiamo deciso di comune accordo che non avesse senso trascinare la questione».

Sei diventato saggio, negli anni.
«Sono cresciuto e maturato. Gli infortuni e la paternità mi hanno reso un uomo migliore. Ma so che tante sfide ancora mi attendono».

Al futuro arriviamo. Ma prima torniamo un attimo in Premier. Che mondo è?
«Affascinante, stimolante. Ci si allena sempre a mille, le partite sono giocate al massimo, la gente si diverte allo stadio ma fuori dal campo ti tratta con discrezione. È un’esperienza che merita di essere vissuta».

Più belle le emozioni dentro al campo o la libertà fuori?
«Entrambe le cose. Però da calciatore ovviamente privilegio l’aspetto sportivo. Segnare un gol e vedere le facce felici dei tifosi è la cosa più gratificante di tutte».

Di gol ne hai fatti solo due però, uno subito prima della sosta contro il West Ham.
«Sì, ho giocato meno del previsto. Ma penso che un periodo di adattamento a un calcio e a un Paese diversi sia fisiologico. Quando sono arrivato in Inghilterra nemmeno parlavo la lingua. È difficile ambientarsi, anche perché tanti dei miei compagni sono sposati e ho passato molto tempo da solo».

Al Galatasaray invece cosa è successo?
«Niente, ho dato tutto anche lì. Era la mia prima esperienza all’estero e la Turchia è ancora più complessa da capire per un italiano. Per fortuna ho trovato tanti connazionali a Istanbul. Ora vediamo cosa succederà in estate».

Prima che si apra il mercato potresti diventare il primo calciatore della storia a vincere due volte la Conference League.
«Ci penso, in effetti. E l’idea mi intriga. La notte di Tirana con la Roma, con il gol decisivo nella finale, resta il momento top della mia carriera. Spero proprio di potermi ripetere».

Visto che accennavi al futuro, ti manca l’Italia?
«Eh certo, molto. Gli amici, la famiglia, mio figlio. Ora però tocca ai club definire il mio futuro: il cartellino è di proprietà del Galatasaray. Intanto lasciami dire che che sono grato a Monchi per avere ancora scommesso su di me dopo avermi preso alla Roma quando avevo 19 anni».

Insomma, torni? Dicono Milan.
«Chi lo sa. Ho chiesto al mio procuratore, Claudio Vigorelli, di informarmi solo se e quando c’è qualcosa di concreto. Ora devo concentrarmi sull’Aston Villa».

Qualcuno ipotizza addirittura tu possa tornare a Roma, sponda Lazio.
«Non so nulla. Ma comunque voglio essere onesto: per ciò che ha rappresentato la Roma per me e anche per rispetto dei tifosi della Lazio, sarebbe una situazione improponibile».

Comincia a pesarti l’etichetta del bad boy, del grande talento che non è mai sbocciato del tutto?
«Mah, no, sono ancora molto giovane. E ho già vissuto due infortuni gravissimi che non tanti colleghi, per loro fortuna, hanno mai affrontato in un’intera carriera».

Non ti rimproveri nulla? Nessun errore?
«Ne ho fatti tanti. Tu come giornalista mai?»

Quanti ne vuoi. Ma il giornalista è un mezzo, il calciatore è il fine. Per questo fanno più rumore i suoi sbagli.
«Posso dire che ho sempre sbagliato in buona fede e l’ho pagato sulla mia pelle».

Come nella vicenda delle scommesse.
«Appunto, è acqua passata. Inutile parlarne».

Se dovessi consigliare te stesso a qualche squadra, cosa metteresti in evidenza?
«Sono un giocatore forte, integro e motivato che ha ancora voglia di spaccare il mondo».

Ce la farai?
«Ce la farò».


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