Venuti offeso "a morte" su Instagram, in esclusiva: "Per stare sui social servirebbe la patente di civiltà"

La sapete quella di Lorenzo Venuti, il difensore della Fiorentina aggredito sui social al grido di “cancrato”? Vi ha ferito, amareggiato o semplicemente stupito, questa storia di triviale maleducazione che ormai – basta leggere le cronache quotidiane – viene attribuita a una pandemia mentale bollata come webetismo con il rischio che un cosí ricercato sostantivo nobiliti la bête humaine? Certa gente è definita dallo psicologo soprattutto frustrata; parliamo di perdenti nati, quelli che, per capirci, sono cantati dai Motörhead, a riprova che la musica può suggerire terapie anche agli sfigati. “Alzati! Morditi la lingua/ L’inferno arriva e non ci vorrà molto/ La tua vita sprecata sarà tagliata a pezzi con un migliaio di coltelli/ E intanto brucia piano, niente scuse…”.
Detta la mia sui trogloditi del post che su Instagram si nascondono spesso dietro l’effigie acchiappatrice della Ferragni, sentiamo Lorenzo: «Non voglio passare per la vittimina, il leggerino, per colpa di un deficiente, di un coglione, o due o tre che si divertono a offendere sui social, anche perché ogni giorno vengo coperto d’affetto da migliaia di tifosi. L’amore di Firenze lo sento sulla pelle, però…». C’è il però di Lorenzo “Lollo” Venuti, 27 anni, di Incisa, che dopo un autogol con la Juve ha conosciuto il lato osceno della popolarità. «Ho deciso di rendere pubblica la denuncia perché si era oltrepassato il limite della decenza. Ma anche e soprattutto perché quel soggettino non si è limitato a colpire me, ha voluto mostrare tutti i suoi limiti cognitivi e di educazione sul profilo Instagram della mia compagna (Augusta Iezzi, nda)».

Che questo genere di impopolarità non la inseguiva, non la vuole.
«È così, infatti ha reagito».

«Voglio che questa persona paghi per ciò che ha vomitato immotivatamente. Per me non esistono scusanti. Chi ha quest’odio dentro è una persona potenzialmente pericolosa» ha postato.
«Tanti, di fronte a aggressioni simili, preferiscono tacere. Augusta non ce l’ha fatta, io non ce l’ho fatta, mi sono esposto per lei e per tutte le persone che ogni giorno le subiscono. Non so nemmeno se si tratti di un tifoso della Fiorentina, ho grossi dubbi. Se si fosse accontentato di prendersela con me, per via delle centinaia di messaggi che ricevo ogni giorno probabilmente non me ne sarei nemmeno accorto… Ma “il tuo ragazzo è un cancrato”, “spero che muoia” e “verrò al suo funerale e piscerò sulla bara” – solo alcuni dei commenti postati sul profilo di Augusta – non meritano l’indifferenza, sono veleno. Io, come i tanti che hanno avuto a che fare con persone malate di cancro, so perfettamente cosa significa il contatto col dolore. Sono stato un mese in ospedale ad assistere mio padre alle prese col tumore e quel terribile periodo ha aumentato a dismisura la mia sensibilità».

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Sai bene che la tua denuncia potrebbe non produrre effetti concreti.
«Ma io vorrei che chi si permette di scendere fino a quel livello fosse obbligato a frequentare per settimane gli ospedali, toccasse con mano la sofferenza dell’altro. In un mondo normale si istituirebbero dei percorsi rieducativi e la patente di civiltà per l’accesso ai social, che moltiplicano il contatto con gli altri, ma il cui prezzo a volte è salatissimo. La mia è una ribellione fredda, ha poco di istintivo».

Molti calciatori hanno profili Instagram e alcuni di essi hanno vissuto situazioni simili alla tua. Nello spogliatoio avete mai affrontato il tema? «Mai di squadra. Forse una policy societaria potrebbe risultare utile, visto quel che accade ogni giorno in rete. Io ho reso pubblica la denuncia, le ho dato importanza per i motivi che ho appena elencato. Alle critiche sono abituato, anche a quelle più pesanti, le ho messe in conto, essendo un calciatore professionista. Mio padre, idraulico, aveva meno problemi di questo genere. A tutto c’è, ci deve essere, un limite. Ripeto una volta di più quello che ho scritto giorni fa, non me ne frega niente delle critiche mosse al calciatore. Anzi, sono aperto a farne tesoro per migliorare, ma quando gli insulti parlano di morte, di tumori, non ci sto. Certi fenomeni non sanno cosa comporti anche emotivamente la malattia, ciò che si vede dentro i reparti di oncologia. Insulti razzisti e territoriali sono la ciliegina sulla torta che qualifica le persone che sono. Vorrei solo che prima di cominciare a scrivere da dietro una tastiera si fermassero un momento a pensare e valutare se ne vale davvero la pena».

Uno scrittore che amo, Mauro Covacich, relativamente ai social ha detto: «… in teoria dovrei parlare solo quando ho qualcosa da dire, in pratica dico sempre qualcosa. Mi esprimo, dichiaro, chioso, intervengo, posto, riposto, compio una serie infinita e inevitabilmente inflattiva di atti linguistici, perché questo mi provoca un’immediata sensazione di piacere».
«Sui social giudicare il prossimo è diventato un obbligo. Immagino che a certa gente procuri piacere mostrare il peggio di sé, far soffrire anche solo per un istante chi non conosce, segnalare la propria presenza sulla terra in un modo così atroce. Mi correggo, non lo immagino, ora lo so».

Il primo a consolarti dopo l ’autogol fu proprio il tuo ex compagno Vlahovic che in questo momento è un po’ in difficoltà, ma d’altro genere. «Dusan è un grande attaccante, tra i primi quattro al mondo, e un amico. Il lato positivo della sua cessione è stata la dimostrazione della solidità e della qualità di un gruppo di valore e unito. Purtroppo abbiamo avuto un calo nel momento sbagliato, ma se pensiamo al punto di partenza e a cosa siamo oggi, ancora qui a lottare per l’Europa dopo tre salvezze risicate, non possiamo che essere soddisfatti. La nostra crescita è evidente – Italiano uno tosto che non molla mai. Così come i miei miglioramenti, che derivano dalla competizione sana con Odriozola, un signor giocatore».

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