Un Natale della Madonnina

Nel calcio, come in amore, vince chi fugge. Il Milan on fire e l’Inter hanno deciso, per ora, di farlo insieme, pur se seguendo percorsi differenti. Il momento può essere quello buono. Siamo soltanto a Natale, è ancora presto, ma i segnali trasmessi da Pioli e Conte sono di quelli chiari, potenti e preoccupanti per gli avversari: nel dna dei club è presente l’abitudine al vertice. A proposito di abitudini: di solito a Natale facevo il bercue. Quest’anno, però, ho deciso di cambiare il menu e chiesto ai bambini (cresciuti) di portare coccumela. La coccumela si trova anche a fine dicembre: le più zuccherine provengono dalla Spagna. La butto sul disperato erotico stomp perché sono convinto che l’ironia sia l’unico vaccino non prodotto dalla Pfizer in grado di farci sopportare le festività che trascorreremo in regime di semilibertà: passiamo dal Natale con i tuoi al Natale con qualcuno dei tuoi, possibilmente sotto i quattordici anni e in regione. Non ci resta che puntare al “con chi vuoi” a Pasqua.

Ironia e calcio, calcio e ironia. Anche se per digerire le assurdità, i personalismi e le liti del nostro sistema servono pazienza e sopportazione in quantità industriali: martedì si è risolta la questione relativa a Juve-Napoli con una sentenza che ha lasciato di stucco più di un commentatore (ho apprezzato il comportamento della Juventus): il cerino è passato alla Lega che deve individuare la data utile per la partita.

Restano aperte, e irrisolte, altre tre importanti questioni: quella dei tamponi della Lazio processati nel laboratorio di Avellino, il ricorso della Roma che vorrebbe vedersi restituire il punto lasciato a Verona per una distrazione della segreteria e, naturalmente, il caso Suarez, protrattosi all’infinito come tutti i verbi coniugati dall’uruguaiano a Perugia. Perugia non meritava la pochade del Dentone, la cui immagine finisce inesorabilmente in un album di immagini favolose, drammatiche o sognanti, comunque storiche, come il pugno di Sollier in maglia rossa con buco ascellare, le prediche di Agroppi, l’addio di Curi, gli amori di Bagni, i gol di Paolino, la pioggia di Collina sulla Juve (si vede che Paratici o chi per lui non ricordava, sennò a Perugia non si sarebbe mai rivolto); e i tartufi neri che ho scoperto essere diversi da quelli bianchi. Un po’ d’ironia? Impresa impossibile.

Salvo ricavare dalle ultime parole di Marottanon è funzionale all’Inter, parte a gennaio!») la favola di Natale di Eriksen, ispirata dal favolista danese Andersen. In altri tempi avrei suggerito “La principessa sul pisello”, troppo audace; mi fermo – e avrà un suo recondito messaggio, al “Brutto anatroccolo”. Che alla faccia dei pessimisti, dei critici e degli incompetenti diventa un magnifico cigno bianco: “Era troppo felice, ricordava come era stato perseguitato e insultato, e ora sentiva dire che era il più bello di tutti… Rialzò il collo slanciato e esultò nel cuore: ‘Tanta felicità non l’avevo mai sognata, quando ero un brutto anatroccolo’”.

Non funzionale all’Inter, tuttavia: al gioco tanto criticato di Antonio Conte che saluta il Natale al secondo posto, pur se con 4 punti in meno rispetto alla stessa giornata del 2019, quando era primo. Molto si è detto di questa Inter nata da un chiarimento estivo, o – se preferite – sopravvissuta a quell’incontro. Una squadra perennemente imperfetta, secondo il tecnico, che al momento non ha ricevuto granché dagli ultimi acquisti da lui ispirati, in primis Vidal e Kolarov.

Decisamente meglio sta facendo il Milan che ha trovato due guide in Pioli e Ibrahimovic, una coppia di sorprendenti scopritori di talenti, Maldini e Massara e un impressionante risolutore, Theo Hernandez. Troppa diffidenza accompagna però il cammino di una squadra che da un anno all’altro è riuscita addirittura a raddoppiare sé stessa: 34 punti contro 17.

La delusione è la Juve di Pirlo – «una Ferrari guidata da un neo patentato», il giudizio di Ciccio Graziani -, la quale deve riflettere su alcune scelte del tecnico e sui ritardi di condizione di Dybala, Kulusevski e Arthur, Bernardeschi è un caso a parte. Tra poco sentiremo fare discorsi di questo tipo: «è una squadra da Champions, più che da campionato» e torneranno a farsi vivi i nostalgici di Allegri: Sarri, purtroppo, ne ha lasciati pochi a Torino.

Napoli, Roma e Lazio soffrono dello stesso male, al di là di alcune carenze strutturali: la discontinuità che deriva da cali di tensione, svuotamenti di gambe e di testa e limiti sul piano della personalità. Personalità che la Fiorentina riesce a esprimere con Ribery e Pezzella, il Bologna con il solo Mihajlovic, l’Atalanta, il Sassuolo e il Verona con il gioco e un’intensità invidiabile.

Di queste prime quattordici giornate mi restano le idee, la sfrontatezza e l’applicazione di Pippo Inzaghi, Stroppa e Italiano, allenatori che hanno dimostrato di poter serenamente frequentare la massima serie, e la conclusione (?) del rapporto tra l’Atalanta e Gomez: sembravano diversissimi eppure straordinariamente complementari e vincolati. Il successo ha dato alla testa all’argentino e gli è rimasta soltanto la coda. Tra le gambe. Buon Natale ai lettori di questo straordinario quotidiano e a chi vi lavora. «A Natale non si fanno cattivi pensieri» ricordava Ada Merini «ma chi è solo lo vorrebbe saltare questo giorno. A tutti loro auguro di vivere un Natale in compagnia». Possibilmente senza l’obbligo dell’autocertificazione.

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