Ujkani: “Sono cresciuto in Belgio, ma sono orgoglioso di giocare per il mio Kosovo”

Nato in Jugoslavia, cresciuto in Belgio, nazionale albanese e ora portiere e capitano del Kosovo. Samir Ujkani, estremo difensore dell’Empoli, ha una storia davvero particolare.

La sosta per le nazionali lascia parecchi strascichi, alcuni dei quali sono strettamente…politici. Come riportato da Goal, esattamente come accaduto nell’incontro dello scorso marzo i commentatori di RTVE, canale televisivo spagnolo, hanno chiamato “territorio del Kosovo” o “squadra della federazione calcistica del Kosovo” gli avversari delle Furie Rosse. Il tutto perchè lo stato spagnolo non riconosce il Kosovo come stato. Ma questo a chi scende in campo per la nazionale kosovara non importa più di tanto, come ha spiegato qualche tempo fa Samir Ujkani, estremo difensore dell’Empoli, da poco diventato papà del piccolo Keyan. Uno che ha una storia davvero particolare e che in un’intervista a Marca ha raccontato perché la sua nazionale ha una marcia in più.

KOSOVO – La sua è una storia da brividi, piena di tristezza ma anche di orgoglio. “Sono nato in Kosovo, che era parte della Jugoslavia. Nel 1994 siamo scappati per colpa della guerra e siamo arrivati in Belgio. Sono cresciuto lì e potevo scegliere se giocare con la nazionale albanese o con quella belga. Ho scelto l’Albania perché la mia famiglia è albanese-kosovara e il Kosovo non esisteva ancora. Ho giocato 20 partite con la nazionale albanese, ma giocare con la maglia del mio paese era un sogno, per cui quando il Kosovo è stato riconosciuto come paese ho cominciato immediatamente le operazioni burocratiche per cambiare nazionale. Sono stato il primo a farlo, anche se potevamo giocare solo amichevoli”.

RICORDO – Una scelta legata anche per ricordare i suoi cari persi durante il conflitto.  “Ho perso tanti familiari, ho visto cose terribili e ho visto tante persone soffrire. E quindi voglio aiutare a dare un’immagine positiva del Kosovo e della sua gente, mostrare al mondo che la gente del Kosovo è aperta e solidale. Siamo brave persone. La mia famiglia ha dovuto ricominciare da zero, ma molti dei nostri familiari non se ne sono voluti andare, perché avrebbero dovuto lasciarsi indietro tutto quello per cui avevano lottato: la terra, la casa, la famiglia”. E Ujkani e gli altri giocano anche per chi non ce l’ha fatta. Non saranno riconosciuti, ma sono assolutamente riconoscibili.

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