Tudor e la scuola di Lippi

Sono uomini di mare. Tudor è cresciuto davanti alle spiagge di Spalato, tra Bacvice e Kasuni, così come Lippi non ha mai rinunciato alle onde di Viareggio. Regole, dialogo e una forma di culto per i trequartisti: c’è anche l’influenza del tecnico toscano dietro al percorso di Igor, entrato nei problemi della Lazio con uno spiccato senso dell’orientamento. Dodici punti in cinque partite, la convinzione che il 4-3-3 non divertisse più questo gruppo togliendo libertà e creatività. Lippi ha lavorato per quattro anni nella Juve con Tudor, insegnandogli che un modulo e la ricerca di un equilibrio sono una base fondamentale, ma non devono trasformare i calciatori in soldatini. Igor era un difensore centrale abituato a fare a sportellate con gli attaccanti, però l’allenatore di Viareggio gli chiedeva di seguire anche l’istinto e di scegliere l’attimo giusto per sganciarsi in occasione di angoli e punizioni: 101 partite e 12 gol con Lippi in panchina. Concetto chiaro, quello tramesso da Marcello: l’organizzazione tattica e i valori individuali devono sposarsi, come ha avuto modo di dimostrare anche da ct vincendo il mondiale del 2006 con Totti, Del Piero e Pirlo, tre numeri dieci. Riduttivo pensare che Tudor abbia trovato ispirazione solo dalla dottrina di Gasperini. Ha avuto come guide, durante la carriera da stopper, anche due maestri del calibro di Ancelotti e Capello. A Formello ha capito subito che l’idea di procedere a una rivoluzione avrebbe rappresentato meno pericoli e rischi rispetto all’alternativa di limitarsi a qualche piccolo ritocco. C’è chi gli aveva suggerito un ruolo da gestore, fino al termine della stagione, mentre la Lazio aveva bisogno di scelte estreme. Certo, ha commesso anche alcuni errori, riconoscendoli presto. Se potesse tornare indietro eviterebbe di riproporre Felipe Anderson nel ruolo di terzino, così come nel derby non lascerebbe Luis Alberto in tuta per settanta minuti. Una coscienza critica che gli ha fatto guadagnare punti nel rapporto con i giocatori, anche in termini di credibilità e di apertura al cambiamento. Era rimasto deluso dalla polemica di Luis Alberto dopo la partita con la Salernitana, quando lo spagnolo aveva annunciato la volontà di rescindere a giugno il contratto con la Lazio. Gli ha tolto la fascia di capitano, in assenza di Immobile, per una questione di rispetto verso i compagni, ma non l’ha lasciato in un angolo. Si è impegnato a ricucire lo strappo: niente barriere. Ha recuperato Luis, l’ha coinvolto, negli interessi globali di un club che insegue un posto in Europa. L’ha aiutato a comprendere che nel 3-4-2-1 può fare il fantasista e il regista, continuando a incidere con i suoi gol e i suoi assist. 

Tudor e il nuovo Kamada

Tudor ha saputo rimotivare e rivalutare anche Kamada, bocciato da Sarri dopo l’esperimento nel ruolo di mezzala destra, ricoperto in passato da Milinkovic-Savic. “Vorrei avere dieci Daichi. Il segreto del suo rilancio? La risposta è semplice: forse non era adatto al tipo di calcio che la Lazio adottava in precedenza”, ha spiegato il croato dopo la vittoria di sabato con il Verona. Il giapponese sembrava un profilo troppo simile a Luis Alberto: una somiglianza, per stile e caratteristiche, che rendeva incompatibile la loro convivenza, secondo i ragionamenti di Sarri. Tudor si è confrontato con Kamada. Mezz’ora di colloquio già al termine del primo allenamento a Formello: era il 20 marzo. L’ha riportato al centro della Lazio, gli ha affidato l’architettura del suo 3-4-2-1 e ha trovato il sistema di farlo coesistere con Luis Alberto: il Mago arretra a volte per agire da classico play e Daichi si trasforma in mezzapunta. Sintonia e ricchezza di contenuti. Una soluzione in più, un meccanismo che ha contribuito a riavvicinare la squadra alla zona Champions. Pressing, marcature a uomo, flessibilità e intelligenza creativa, come la chiamano nelle aule di Coverciano: in questo mese e mezzo trascorso da Tudor nella Lazio c’è anche la sostanza della scuola di Lippi.  

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