Su Sportweek i segreti di De Rossi bandiera romanista e la storia di Vinicius Junior

Sul settimanale della Gazzetta anche un’intervista a due famosi tatuatori a cui si rivolgono i campioni dello sport, un’esclusiva con Nico Mannion e tanto altro

26 gennaio 2024 (modifica il 27 gennaio 2024 | 00:20) – MILANO

In un’intervista a Sportweek di un paio di anni fa Daniele De Rossi – per il quale in 19 anni la maglia giallorossa è diventata “una seconda pelle” – disse che allenare la Roma era il suo sogno. “E so che un giorno mi siederò su quella panchina”. Quel giorno è arrivato prima del previsto, a 40 anni, a causa dei risultati ma anche dell’atteggiamento di José Mourinho, mai soddisfatto del mercato, deludente sul piano del gioco e dei punti ma sempre pronto a costruirsi degli alibi. I Friedkin hanno detto basta, e c’era solo una persona a cui potevano affidare la Roma senza un sollevazione popolare (Mou in questi anni ha saputo titillare molto bene certe corde della tifoseria): De Rossi, la bandiera, Capitan futuro, il più tifoso dei tifosi, nonostante una sola fallimentare esperienza in panchina con la Spal. DDR non poteva dire di no, e non l’ha fatto, per attaccamento, quasi per senso del dovere, nonostante i rischi. Ha avuto coraggio a raccogliere la responsabilità della Roma in un momento del genere, col pericolo di bruciarsi. Oltretutto ha mezza squadra in infermeria, eppure anche così resta convinto che questa rosa possa centrare il traguardo del quarto posto, quello che conduce alla coppa più importante e ricca. Un atteggiamento e uno stile completamente diversi da quelli di Mourinho, rispetto al quale De Rossi non ha neanche bisogno di strizzare l’occhio ai sostenitori. Sportweek, che troverete in edicola sabato insieme alla Gazzetta al prezzo di 2,20 euro, gli ha dedicato la copertina: la meritano il personaggio e la storia.

casi simili

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E a proposito di storia siamo andati a vedere come sono andate a finire in passato quelle come la sua, calciatori bandiera chiamati ad allenare la loro squadra. Alcune bene, come Guardiola al Barcellona, Conte alla Juve e Simone Inzaghi alla Lazio; altre male, come Pippo Inzaghi e Gattuso al Milan, Ferrara alla Juve o Lampard al Chelsea. De Rossi, per personalità e carattere, merita di rientrare tra i primi.

talento

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C’è un altro personaggio che in queste settimane si è imposto sulla scena del calcio e quindi nelle pagine del nostro magazine: Vinicius Junior, il brasiliano del Real Madrid capace di schiantare con una tripletta gli eterni rivali del Barcellona nella finale di Supercoppa di Spagna. E’ l’ottava che vince sulle nove disputate in camiseta blanca, il che in Spagna gli è valso il titolo di “Mister finales”. E pensare che, arrivato a Valdebebas cinque anni fa, appena compiuti i 18, all’inizio ha stentato parecchio gravato com’era dal peso dei 45 milioni pagati al Flamengo e dalle conseguenti, esagerate aspettative. Provvidenziale per lui è stato il ritorno al Real di Carlo Ancelotti, che con la sua umanità ha saputo alleggerirlo e dargli fiducia. Ampiamente ripagata come si è visto a Riad.

sulla pelle

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Alberto Marzari e Valentino Russo sono due tatuatori. Sportweek li ha intervistati perché ai loro aghi si sono sottoposti tantissimi calciatori, da Icardi a Immobile, da Dimarco a Insigne, ma anche allenatori come Mourinho e Luciano Spalletti, che da Russo si è fatto tatuare lo scudetto vinto a Napoli nel 2023. Invece Marzari, tifoso interista presente al Bernabeu la sera della Champions 2010, si commuove ancora al ricordo di quando si è ritrovato “più di 10 anni dopo a tatuare quella coppa sul braccio di Mourinho insieme all’Europa League e alla Conference, le altre due che ha vinto: è qualcosa che ancora fatico a realizzare”. Ma sono tanti i ricordi, i tattoo e i calciatori che i due rievocano nell’intervista, in cui raccontano anche gusti e richieste: “Prima volevano tutti i leoni, solo leoni. Qdesso vanno Batman e Iron Man. Solo nell’ultimo mese ne ho fatti quattro o cinque, tra cui Zaccagni e Insigne”.

a canestro

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Sportweek parla di basket con un’esclusiva anche fotografica con Nico Mannion, play di Varese che neanche a vent’anni era l’astro nascente della pallacanestro italiana e oggi, a 22, è appena uscito da un lungo tunnel. “La salmonella mi aveva tolto 25 chili”, racconta. E anche l’Nba, dove l’italoamericano era stato scelto al draft da Golden State e giocava con Curry. “Ora sento di essere tornato quello che ero. Fisicamente sto bene, molto bene, e mentalmente sono anche più forte rispetto al passato”. E’ convinto di essere ancora uno da Nba. “Ma non ci penso. Credo in Dio: la sera prego, gli parlo e so che ha dei progetti per me”. Poi ci siamo infilati alla festa per i 50 anni dello slalom gigante del 7 gennaio 1974 a Berchtesgaden, quando cinque italiani si classificarono ai primi cinque posti: nell’ordine, Gros, Thoeni, Stricker, Schmalzl e Pietrogiovanna. La reunion della Valanga azzurra con tanto di discesa insieme sulle piste dello Stelvio si è svolta a Trafoi, nell’albergo di Thoeni che ha ravvivato la serata con insospettabile ironia, come quando ha accolto Schmalzl esclamando “ecco l’eterno quarto!”. Tra brindisi, ricordi, taglieri, coppe di cristallo e foto (pubblicate nel servizio) c’erano anche due imbucati: Alberto Tomba e Giovanni Veronesi, regista del “La Valanga azzurra”, la docuserie che andrà in onda in autunno. A corredo, insieme alle nostre rubriche, il ricordo di altri due anniversari. Uno è il 40° del lancio del primo compatto Macintosh della Apple, il computer che ha dato il via a una serie di innovazioni tecnologiche che, grazie alle intuizioni di un visionario come Steve Jobs, hanno cambiato la vita di tutti noi. L’altro sono i 60 anni di “You’ll never walk alone”, il brano adottato dai tifosi del Liverpool nell’inverno del 1963-64, l’inno più famoso di una squadra di calcio.

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