Speciale Lazio 1974, uno scudetto da romanzo: “Nessuno resiste alla sincerità”

La diagnosi è una sentenza: Epatocarcinoma. Il male non può lasciargli scampo. Si tratta di ore, non più di settimane. Tommaso si è sentito male tornando da Bologna. Pensava a una sciocchezza. Ora non vuole morire. E lotta. Lotta ogni giorno. Si affida alla Sinterapia, l’intuizione di un immunologo di Sorrento trapiantato a Genova, Saverio Imperato: «Maestrelli era spacciato, aveva una prognosi di due giorni. Gli prescrissi ventidue diverse medicine. Ogni farmaco a un minuto preciso. L’infermiera che glielo somministrava doveva controfirmare la ricetta temporizzata da me. La sera dopo Maestrelli era in piedi. Passato qualche mese tornò ad allenare la Lazio». Sono stati mesi durissimi. Maestrelli si è allontanato dal calcio per curarsi, poi è tornato a vestire la tuta a dicembre, appena in tempo per salvare la Lazio dalla serie B, a Como, all’ultima giornata.

Bisogna immaginarlo quest’uomo nell’estate del 1976. Con lo strazio di lasciare chi ama, con l’incredulità senza risposte che è lo specchio quotidiano del malato. Il maestro si consuma. E ancor più della malattia lo consuma l’idea dell’addio. Questo andirivieni tra la stanza 311 della clinica e casa sua, con le visite, quotidiane, di chi ha capito tutto. La stanza di Tommaso, racconta sua moglie Lina, è diventato il luogo di pellegrinaggio di tutti i giocatori: «Non si tratta di una visita all’allenatore, ma al padre che se ne va. Garlaschelli viene due volte al giorno. Martini, povero ragazzo, posso ancora vederlo quando esce di qui. Ho saputo poi che va a pranzo in una trattoria dalle parti della clinica e l’oste gli dice: “Se stai così male quando vai da Maestrelli, forse è meglio che non ci vai più». Con Gigi che risponde con la rabbia giovane di uno che è nato vecchio: “Non posso abbandonarlo così”». Lina si affida a Dio: «Ridai la vita a Tommaso a costo di non farmelo più rivedere. Restituiscilo ai suoi figli, i ragazzi hanno bisogno di lui ancor più di me. Li vedo sconvolti. I due gemelli passano lunghi minuti in silenzio ai piedi del suo letto senza pronunciare una parola. Quando tornano a casa dalla clinica, sussurrano: “Papà non ci dice niente”. In quel periodo sono profondamente maturati. Le figlie, più grandi, mi sono sempre vicino. Mi fanno coraggio e piangono di nascosto».

Quando Tommaso arriva a Tor di Quinto scende dall’auto ed è subito corteo. Qualcuno gli va incontro, qualcuno si nasconde per il pudore. I tifosi lo abbracciano, ma piano, come se avessero paura di infrangere una porcellana. Arrivano i magazzinieri, gli addetti alla lavanderia, i giardinieri, le “maestranze” che con regolarità, da tecnici e giocatori, spesso sottobanco, ricevono regali, denari e carezze che fanno sembrare i soldi come quelli del Monopoli. Qualcosa che si può avere ai margini del Natale, quando tutti sono più buoni. Qualcosa tra il gioco e la favola. Stavolta non c’è traccia di lieto fine.

Tommaso è commosso, ma si è ripromesso di non farlo vedere. Fa gli auguri per la trasferta di Napoli ai giocatori e a Luis Vinicio, il tecnico che Lenzini ha scelto per sostituirlo. Dicono che Tommaso fosse d’accordo, ma è una bugia. Lui saluta tutti. Gli viene in mente il giorno in cui Petrelli si sente dare del fijo de na mignotta «a buffo», senza una ragione dagli spalti e gli pare di rivederlo il pistolero Pedro mentre selvaggio e sentimentale, salta oltre la rete per farsi giustizia. Gli vengono in mente le partitelle del giovedì, quando ai ragazzini impertinenti veniva spiegato il rispetto a calci, sputi e colpi di testa. Gli vengono in mente i gemelli, i suoi figli, che alle collezioni di Topolino e al dolce forno Harbert preferiscono tirare calci con Tom su quello stesso prato. Gli vengono in mente Patrizia e Tiziana, Domenico Modugno, Giorgione minacciato dai romanisti che dorme per due mesi a casa sua e che adesso, con quegli occhi da animale in fuga, sta in America. Gli viene in mente Pino Wilson, il suo capitano, il capitano di tutti: «Ho scelto te. Perché so che tu vuoi quello che voglio io. Perché tu vuoi quello che vogliono tutti gli altri».

Gli viene in mente il “tato”, Cecconetzer, uno che da ragazzo aveva fatto l’elettricista e che a Foggia illuminava i pomeriggi dei suoi figli portandoli al cinema. Gli viene in mente perché stamattina non c’è. Come non c’è suo padre, ferroviere, mentre la sbarra si è abbassata sulla vita, all’improvviso, senza neanche un fischio d’avvertimento. Gli viene in mente Don Lisandrini, partigiano come lui, il padre spirituale della squadra che detestava farsi chiamare padre spirituale. Era soltanto un uomo che aveva visto la guerra, ma cercava la pace. Uno che sapeva a chi rivolgersi e che un giorno a Milano allarga le braccia sugli spalti e invoca sorella nebbia e quella scende davvero come è scesa adesso su di lui.

Trova la forza per un discorso, l’ultimo, Tom: «Quello del calciatore non è un mestiere, è un modo di vivere. Chi vive da uomo perbene sarà un ottimo giocatore. Cercate di conservare i vostri pensieri di tutti i giorni, di essere sempre voi stessi. Nessuno può resistere alla sincerità e alla buona fede: nem meno quelli in malafede. I semplici promettono di meno ma mantengono di più». Gli viene in mente Felix, un semplice complicato. Profondo, onesto, pudico. Arrivato a Roma dal Novara con l’etichetta di portiere più battuto della serie B per diventare un campione, mentre alla porta della sua stanza in un albergo di Bologna lo supplica: «Mister, vorrei chiederle un favore, la partita non conta niente, domani può giocare Moro?». Avelino Moriggi, il portiere di riserva sempre ligio, corretto, esemplare, santo di nome e di fatto, che non ha collezionato un minuto in campionato e che in allenamento para tutto. «Felice, mi dispiace, giochi tu. Ci sono Valcareggi e Bearzot in tribuna e tu tra un mese potresti essere in Germania a giocarti un mondiale». A Pulici oggi viene da piangere. Tommaso si avvicina e lo accarezza. Non si dicono niente perché tutto è stato già detto. Tra undici giorni c’è il derby. Pulici gioca la sua miglior partita di sempre nella Lazio e lo fa per Tom: «Il nostro strumento di misura morale». A fine gara, mentre parla con Sandro Ciotti in radio si libera. «Le mie parate sono per Maestrelli». Singhiozza. Piange. È finita un’epoca. È finita troppo presto.


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