Spagnoli incantati dagli Azzurri: “Altro che catenaccio: sembrano il Barça di Guardiola”

Sui giornali iberici il trio Barella-Jorginho-Verratti paragonato a quello dei blaugrana Xavi-Busquets-Iniesta. Una sfida nel ricordo della Carrà. Con l’invidia per un inno… con le parole

Dal nostro corrispondente Filippo Maria Ricci @filippomricci

6 luglio – madrid

Per noi era la Carrà, per loro era Raffaella. E nel nome di Raffaella Carrà stasera a Wembley si gioca questa ennesima sfida tra Italia e Spagna, la numero 38, da sparigliare: al momento abbiamo 11 vittorie a testa, oltre a 15 pareggi, nei gol siamo avanti 43 a 40. Per Raffaella gli spagnoli stravedevano, per lei non sbagliavano neanche le doppie, qui un vero tallone d’Achille quando si parla d’Italia, tra “Azurra” (la nazionale), “Gatusso” (simbolo del nostro calcio che fu, almeno per come ci vedevano qui) e “Tasotti”, come no. Il gomito più odiato di Spagna.

Raffaella quando è arrivata a Madrid negli anni 70 parlava “itañol”, e qui l’hanno adorata subito. Ieri c’è stato il messaggio di cordoglio del Primo Ministro Pedro Sanchez, parole sentite, non di circostanza. Oggi i quotidiani politici sono pieni di ricordi meravigliosi e toccanti, Marca ha reso omaggio alla nostra artista che sentono molto loro con una meravigliosa prima pagina che abbraccia il calcio e la festa rappresentata da Raffaella. Non ci sono dubbi, è la sua partita.

elogi all’italia

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“Più tuca tuca, meno tiki taka” ci ha scritto ieri il collega del Corriere della Sera Paolo Tomaselli, e così speriamo che sia questa sera. Anche se la Spagna improvvisamente ci dipinge con termini calcistici elogiativi, dopo averci guardato con invidioso sdegno per anni. “El triunfo de la nada” titolò amaro Santiago Segurola su El Pais quando vincemmo il Mondiale nel 2006. “L’attuale nazionale italiana mi ha sorpreso positivamente” scrive oggi sullo stesso quotidiano Vicente Del Bosque in un commento intitolato “L’eredità di Sacchi e Capello”. Grandi elogi al gioco, dopo quelli al Paese fatti ieri da Luis Enrique: “Sono solo contento di giocare contro la nazionale di un Paese che mi piace tantissimo e che cerco di visitare ogni volta che posso. Amo l’Italia, mi piace Roma, una città incredibile nella quale ho potuto vivere solo un anno, ma dove ho passato un’esperienza bellissima. Io amo tutto dell’Italia: il cibo, la gente il caffè, il gelato, Roma, il calcio. Per me è sempre un piacere giocare contro l’Italia”.

il paragone lusinghiero

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Sempre sul Pais l’ispirato cantore del Barça di Guardiola, Ramon Besa, si spinge oltre: ricorda il Pescara di Zeman citando il nostro trio Verratti-Insigne-Immobile e del primo dice che “È tanto importante per loro come lo è per noi Busquets. Verratti è un centrocampista affidabile, tecnico e competitivo, lontano dall’immagine difensiva che in alcuni ambienti calcistici si continua ad affibbiare all’Italia. Il trio del mezzo di Mancini, Barella-Jorginho-Verratti, porta con sé una similitudine con quello che formarono Xavi-Busquets-Iniesta nel Barcellona di Guardiola”. Parole importanti, non elogi buttati li a caso. Come per Raffaella.

la lotta per la palla

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Pedri, Azpilicueta, Marcos Senna, lo stesso Luis Enrique, tutti ripetono che la partita di stasera si deciderà in mezzo al campo, che vincerà chi si porterà a casa il pallone, che oggi l’Italia vuole come la Spagna. Sorpresa. “Chi la prende?” si chiede Marca in una pagina che ha in mezzo il pallone della competizione e nella quale si analizzano tre duelli: Busquets-Verratti, Pedri-Barella e Koke-Jorginho. “Spagna e Italia s’incrociano quando sono più simili” dicono sul Mundo in un articolo il cui titolo “Tirate su dalle ceneri”, fa riferimento a entrambe le squadre, “Nate dall’ecatombe seguite ai trionfi del 2006 e del 2010. Le due formazioni non hanno una grande stella, e non sono composte in maggioranza da gente che gioca nei grandi club dei due campionati”. E poi: “La squadra di Mancini è l’esempio del cambio stilistico del Calcio”, inteso come calcio italiano, al quale qui si fa riferimento solo con la prima parola, in maiuscolo. Cambio che sul Mundo viene suggellato in un altro articolo intitolato tra virgolette “La Spagna siamo noi”, frase ispirata al pezzo di Fabio Licari apparso ieri sulla Gazzetta nel quale si analizzava il nostro cambio di stile.

l’inno senza parole

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E insomma, ci siamo guadagnati grande rispetto non con le armi che qui ci hanno sempre riconosciuto e invidiato: gene competitivo, talento individuale, furbizia e malizia, spirito di gruppo, unità nazionale espressa da quell’inno cantato a squarciagola che qui ogni volta che lo vedono interpretato dal Capo Chiello e la sua banda si sentono piccoli piccoli e ricordano con pena il fatto che il loro di inno non ha le parole e più di ‘lolololo’ non si può cantare. No, ci siamo guadagnati il rispetto andandoci a prendere il pallone, trattandolo bene, curandolo, viziandolo quasi. La Spagna è sorpresa dall’Italia, stasera dovremo completare l’opera.

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