Siamo un fenomeno paranormale

Ricapitolando. In pochi mesi abbiamo bruciato – in ordine sparso – Paolo Zanetti, Paulo Sousa, Rudi Garcia, Andrea Sottil, José Mourinho, Walter Mazzarri, Filippo Inzaghi, Aurelio Andreazzoli, Alessio Dionisi, Roberto D’Aversa e Maurizio Sarri, un’intera squadra di allenatori. Uno degli undici, sempre lo stesso, è peraltro il vincitore dell’ultima Champions italiana, 14 anni fa, e dell’ultima eurocoppa finita dalle nostre parti, primavera 2022. Abbiamo salutato il Milan, la Lazio, il Napoli e l’Inter, tutta la nostra Champions. La Juve l’avevamo abbandonata a se stessa un anno prima con il pieno sostegno morale dell’Uefa di Ceferin. Contiamo un discreto numero di indagati eccellenti (attenzione, non vuol dire che siano colpevoli): il presidente federale, il proprietario e il presidente della Juve (questi due per ragioni extracalcistiche), l’amministratore del Milan e il suo predecessore. Il presidente di un’altra top, l’Inter, manca dall’Italia da prima di Natale e non si capisce perché non torni. Però telefona: nel frattempo si moltiplicano le ipotesi, anche le più maliziose. Il proprietario del Napoli campione in carica non vuole più avere a che fare con l’intera Dazn, pezzottisti compresi, né con un giornalista di Sky, fottendosene degli oltre 900 milioni l’anno versati dalle due piattaforme per i diritti di trasmissione di partite e derivati; tra gli aspetti minori ricordo anche che a gennaio il presidente del Verona ha dovuto vendere una squadra e costruirne un’altra per pagare gli stipendi e garantire la continuità della gestione ordinaria.

Siamo alle prese con intercettazioni, mandanti, delatori, vittime, scandali e bufale e, per non deprimervi ulteriormente, trascuro il drammatico caos arbitrale. Insomma, siamo un dead soccer walking, un calcio morto che cammina, eppure la Uefa ci consegna il primato nel ranking europeo e la prospettiva di una quinta rappresentante nella prossima Superchampions. Secondo Ennio Flaiano «in Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi». Anche il nostro calcio è magnificamente arabescato, oltre che improvvisato. E dall’improvvisazione, dalla trasversalità e dall’arte di arrangiarsi degli allenatori, più che dai caratteri sportivi e finanziari di un non-sistema, nascono i nostri risultati. Il fatto è che non ci cambierà mai nessuno perché non abbiamo alcuna intenzione di farlo: un anno siamo campioni e pochi mesi dopo bidoni, un anno portiamo tre squadre ai quarti di Champions e pochi mesi dopo nessuna. L’aspetto più singolare della nostra condizione vitale è che quando ci ritroviamo al primo posto, gli altri stanno meglio di noi.


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