Siamo tutti bulgari

Questi siamo, questo siamo. E ogni volta che ripenso all’Europeo vinto con sofferenza e un pizzico di fortuna ringrazio Mancini per il miracolo compiuto. Lo scrivo da tempi non sospetti: il nostro calcio non produce più campioni, solo buoni giocatori, tre sopra la media: Donnarumma, Barella e Chiesa. Per questo ci riesce naturale amare la Nazionale ristrutturata da Roberto: seguendo le partite, alterniamo spesso momenti in cui ci illudiamo di essere forti e di poter disporre di qualsiasi avversario, e allora ci incazziamo se le cose non riescono come vorremmo, ad altri in cui ci assale più di un dubbio sull’effettivo valore della squadra; dubbi che i risultati ogni tanto sublimano.

Mancini ha fatto un perfetto lavoro di selezione, ha creato un gruppo che sta bene insieme e che lui protegge in ogni modo, anche con studiate ipocrisie. Ripete spesso che ha «bravi giocatori», ma non si spinge oltre: ha sempre rifiutato gli eccessi. Cos’è accaduto venerdì? I nostri hanno avvertito l’importanza della partita, la pressione l’hanno portata a lungo addosso, non hanno giocato “leggeri” come agli Europei dove nessuno chiedeva loro di vincere, almeno inizialmente.

Sono mancati terribilmente la personalità di Chiellini, l’incoscienza e la presunzione tecnica di Verratti, la forma migliore di Barella, Jorginho e Chiesa, e aggiungo senza alcuna incertezza Immobile, pertanto un avversario che rinunciava a tre titolari ha ottenuto quel che cercava, e senza troppa fatica. È chiaro che, giunti a questo punto, abbiamo il diritto e il dovere di pretendere di partecipare ai Mondiali, e non solo perché siamo freschi campioni d’Europa: quel torneo figlio di giochetti politici, mazzi e sublimi mazzette serve a tutti, al movimento, agli italiani, al nostro umore, ai conti, a chi si appassiona soltanto quando a giocare e vincere è la Nazionale, sono gli azzurri.

Perché perdere per strada, all’improvviso, tanti patrioti felici, recuperati in una stagione di paura da Mancini che, bravo lui, paura non ha mai e anche l’altra sera s’è presentato a microfoni e telecamere esibendo pura serenità? Adesso gli rammenteranno che Belfast – sì, proprio Belfast – andrebbe ricordata come una città di guerriglia o meglio – segnalano gli statistici toccando ferro – come il luogo in cui per la prima volta ci fu negato l’accesso a un Mondiale – quello di Svezia, del tramonto del bomber Just Fontaine e dell’alba di Pelé – nel 1958, castigati per balordaggine proprio dall’Irlanda del Nord. Nacquero i ricchi scemi di Giulio Onesti. Dopo il trionfo europeo sappiamo di esser più sani, e più belli, solo feriti, diciamo pure dalla evanescente Nations League. E allora mettiamocela tutta, inventiamo un motivo in più per ritrovarci a Qatar ’22 come a una prova della verità. Da oggi, e fino alle 23 di domani, siamo comunque tutti bulgari.

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