Serie A, un 18 politico

La riduzione delle squadre di serie A da 20 a 18 – se ne è parlato anche ieri al forum organizzato dal Financial Times – non è la cosa più giusta da fare, ma è l’unica che si possa tentare per contrastare la bulimia delle istituzioni del calcio europeo e mondiale che tutto fanno fuorché curare gli interessi di chi lo sport lo pratica: gli atleti. Il taglio di 4 partite, che equivale a un mese in meno di attività, lo pretendono a gran voce allenatori, calciatori, medici sportivi, fisiatri, preparatori (perfino gli agenti tanto cari a De Laurentiis), ovvero quelli che muovono la macchina e senza i quali il calcio non esisterebbe.

Quattro gare in meno sono nulla, probabilmente, ma in una stagione come la prossima, che Fifa e Uefa hanno ulteriormente appesantito con l’introduzione della Superchampions, la risposta alla Superlega, e del Mondiale per club, rappresentano il minimo sindacale.

Segnalo che ci stiamo avviando verso 65/70 partite all’anno per i giocatori dei top club, uno stress fisico e mentale insostenibile.

Quando parlo di reazione minima a Fifa e Uefa sottolineo implicitamente l’incapacità dei dirigenti dei club, “ricattati” con la prospettiva di nuovi ricavi, di opporsi a Infantino e Ceferin, gli organizzatori delle partite inutili e dannose: le tante Inghilterra-Liechtenstein, Andorra-Francia, Spagna-Gibilterra, Canada-Saint Kitts e Nevis e Messico-Trinidad and Tobago producono risultati scontati, spettacoli indecenti e infortuni. Giusto la formula della Nations League, torneo del quale non sentivamo peraltro il bisogno, risolve la questione dividendo le squadre inizialmente per ranking e poi sulla base dei risultati dell’anno precedente.

Stavolta il 18 politico si può accettare.


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