Serie A: occ, pazenzia e bus de…

Nel calcio ci vuole fortuna e comunque anche un bel culo non guasta. La riflessione di Fabio Fazio era riferita all’amore, io la riprendo per destinarla ai dirigenti del pallone, specie se vincenti. È cosa buona e giusta, oltre che doverosa, riconoscere i meriti a chi fa meglio della concorrenza. Tuttavia, anche nel momento dell’elogio pubblico, è utile sottolineare che in un settore in cui l’episodio ha un peso rilevante su risultati, attenzioni e clima, la buona stella rappresenta l’ideale compagna di viaggio, la collaboratrice più gradita.

Da mesi è tornata giustamente di moda la celebrazione giornalistica di Beppe Marotta che, per esperienza e relazioni, anche con la politica, è il più completo e camaleontico dirigente del calcio italiano. Restando all’avventura interista, tutta sua fu la scelta di Conte: non bisognava sforzarsi troppo per individuare nel Feroce Salentino l’allenatore più forte tra quelli disponibili. Conte l’aveva cercato anche la Roma, ma per Antonio non era ancora competitiva per il titolo. In seguito Marotta è stato abilissimo nel condurre in porto una nave che faceva acqua da molte parti, in particolare quella finanziaria, e nel gestire con “pazenzia” la pressione esercitata dal tecnico, bravissimo ma storicamente esigentissimo.

Salutato da Conte, il Nostro non ha trascurato i percorsi noti puntando su Allegri, che all’ultimo ha però mollato tanto lui quanto il Real Madrid per riabbracciare la Juve. In poco meno di 48 ore – e grazie all’iniziativa dell’agente Tullio TintiSimone Inzaghi, che dall’estate attendeva di rinnovare con la Lazio, è stato avvicinato e convinto: costava il giusto e soprattutto gioca un calcio tatticamente simile a quello del suo predecessore, anche se lo sviluppo della manovra è diverso.

Con Simone, Marotta ha avuto anche tanta fortuna. Così come la ebbe la Juve quando, nelle settimane in cui si ritrovò alle prese con le decisioni e i ripensamenti di Conte, dovette rinunciare alla prima scelta Mihajlovic, il quale aveva fissato un termine con la Samp. Agnelli, spiazzato non una ma ben due volte, valutò anche Spalletti e Mancini e alla fine preferì Allegri. Risultato: 5 scudetti di fila, qualche coppa e due finali di Champions. Nessuno può escludere che anche con Mihajlovic la Juve avrebbe potuto vincere tanto. 

E vogliamo parlare di Aurelio De Laurentiis? Un anno stava per chiudere con Gasperini (ricordo un lunedì di primavera in cui l’attuale allenatore dell’Atalanta attese inutilmente la telefonata decisiva) e poi virò su Benitez. Tempo dopo cercò Mihajlovic, non chiuse («mancò l’empatia») e passò sorprendentemente a Sarri, assai diverso dal tecnico serbo. Dopo tre stagioni Sarri firmò per il Chelsea, il presidente andò ripetutamente a casa di Simone Inzaghi per poi annunciare Ancelotti. Nell’ultima estate trattò a lungo Allegri, venne accostato a Sergio Conceiçao del Porto e dopo due no chiuse con Spalletti, “ripiego” – si fa per dire- fortunato al punto da fargli dire: «Luciano è il miglior allenatore che abbia mai avuto».

E la Lazio che punta su Bielsa, si fa improvvisamente mollare dall’argentino e rimedia con Inzaghi che Lotito aveva promesso alla Salernitana? E la Roma che insegue Sarri e poche ore prima che il suo agente (Ramadani) si presenti nella capitale per gli accordi conclusivi vola a Londra e chiude con Mourinho? Ovvero passa dalla Ferilli a Cindy Crawford? Bellezze indiscutibili, eppure appartenenti a mondi opposti e che non si attraggono.

Come ripeteva spesso Arrigo Sacchi, nel calcio senza dogmi, né certezze, servono soprattutto «occ, pazenzia e bus de cul». E poco importa se da commentatore il grande Righe ogni tanto se ne dimentica. La sua splendida massima al Sangiovese è senza tempo, né confini territoriali: Giuseppe Ghizzoni ci ha scritto addirittura un libro.

PS. L’ultima tendenza del calcio italiano è la ricerca dell’allenatore (del direttore sportivo e talvolta del giocatore) attraverso gli algoritmi. Che non hanno un’anima e portano una discreta sfiga. Vedi Genoa e Roma.

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