Serie A, lo spettacolo è cominciato

Ho visto due diavoli. Il primo portoghese, il secondo georgiano. E tre partite in qualche modo simili nello svolgimento: di lunghi domini – del Milan sull’Inter, del Napoli sulla Lazio, della Fiorentina sulla Juve – e di qualche sofferenza per le dominanti solo nei minuti conclusivi. Ho visto del gioco, del ritmo, finalmente un calcio esportabile in Europa. La maratona dei 17 impegni in 71 giorni è partita bene.

Se bastasse la prima ora del Meazza per trarre delle conclusioni definitive non avrei dubbi nel puntare sul Milan (di nuovo) campione con tanti punti di vantaggio sulla seconda. Fino al 3-2 di Dzeko la superiorità della squadra di Pioli è stata imbarazzante. Metabolizzato in pochi istanti lo svantaggio iniziale, Tonali, Bennacer e Leao hanno dato un indirizzo preciso al derby mettendo in crisi tanto Barella e Brozovic quanto i fin troppo vulnerabili Skriniar, deputato al controllo diretto del portoghese, Bastoni e De Vrij. Nel finale è stato però Maignan a decidere il risultato con due straordinari interventi, in particolare quello sul destro di Calhanoglu, al punto che – può sembrare paradossale – non è sbagliato affermare che la differenza l’hanno fatta i portieri. Uno ha parato, l’altro ha guardato. Ho sentito parlare in tv di singolari cali di tensione e attenzione dell’Inter: un giudizio ingeneroso nei confronti del Milan, del suo gioco.

Show di Leao, doppietta ed assist: il Milan batte l'Inter 3-2

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Show di Leao, doppietta ed assist: il Milan batte l’Inter 3-2

E se bastasse la partita del Franchi per esprimere un paio di altre sentenze inappellabili, sarei disposto a garantire sulla presenza della Fiorentina nell’Europa che conta, mentre non potrei dire altrettanto di questa Juve. «Uso spesso delle metafore quando parlo, ma a volte le parole che dico non hanno senso», ammise David Boreanaz, il vampiro Angel di Buffy l’Ammazzavampiri. A lui ho curiosamente pensato – la serie tv è del ’97 – quando Allegri, nell’analizzare una fase che a suo avviso avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi, si è lanciato in una metafora fin troppo sanguigna: «L’avversario lo devi azzannare, non devi permetterti di lasciarlo in vita». In assoluto, le parole del tecnico hanno un senso, non sono tuttavia applicabili alla gara di ieri, visto che la Viola l’ha interpretata da padrona, con autorevolezza, personalità, qualità. Il vantaggio di Milik non è stato casuale, nei primi venti minuti la Juve ha tenuto bene il campo, ma la ripresa bianconera è stata davvero povera e mai si è avuta l’impressione che il 2-0 avrebbe messo al sicuro la vittoria. Rinunciando a Vlahovic, Allegri ha fatto una scelta in funzione della Champions e della maratona senza respiro, ma le risposte che ha ricevuto non sono state positive: Di Maria, ad esempio, non si è mai acceso, ha anzi commesso un errore imperdonabile e punito.

Milik illude la Juve, Perin la salva: Kouame regala il pareggio alla Fiorentina

Kouame risponde a Milik, Jovic sbaglia un rigore: 1-1 tra Fiorentina e Juve

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Il migliore in campo è stato Amrabat, in un susseguirsi di cambi di registro che Jovic e Barak (presente molto spesso nell’area avversaria) non sempre hanno saputo governare; subito dietro Kouame, Sottil e Maleh: questo per dire che il dinamismo del centrocampo di Italiano ha sottolineato la lentezza di quello di Allegri. Paredes ha avuto soltanto un buon inizio, mentre Locatelli non ha saputo sfruttare la maggiore libertà che il tecnico gli aveva concesso liberandolo del ruolo di centrale; McKennie e Cuadrado hanno sbagliato tutte le scelte, una volta entrato Miretti non ha spostato nulla. Di Kean si sono notati soltanto i dread. Quella di Allegri che, per la prima volta da quando il campionato è cominciato, si è appellato a Pogba e Chiesa quali risolutori dei problemi di gioco e di classifica, non è una cieca e irragionevole speranza nella perfettibilità della Juve, ma la ferma convinzione di un tecnico che sa quel che vuole e cosa occorre fare per ritrovare la superiorità perduta.

Leao regala il derby al Milan

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