Sarri e l’addio alla Lazio: tutti i retroscena delle sue dimissioni

ROMA – Preso Tudor, Lotito in fretta ha rimarcato il no del tecnico croato a De Laurentiis e rivelato che anche la Roma ci stesse pensando nei giorni in cui i Friedkin meditavano l’esonero di Mourinho. Il licenziamento di Sarri non era preventivabile, calcolando il malloppo di dieci milioni garantiti dal contratto sino al 2025. Da Formello e da addetti ai lavori vicini alla Lazio erano trapelati certi rumours una settimana prima della trasferta (fatale) a Monaco di Baviera. La rimonta di De Rossi e il risveglio della Roma, cambiando il guru portoghese per rivitalizzare lo spogliatoio, non avevano lasciato insensibile Lotito, il presidente del “vorrei ma non posso”, come al solito temporaggiatore. Nell’indecisione ci può stare una vita in attesa che altri, al posto suo, decidano di lasciarlo. La specialità della casa: accompagnarli alla porta. Sarri ci ha pensato a dieci mesi di distanza dall’addio di Tare e forse è anche l’errore principale che riconosce a se stesso: essere rimasto in estate per affetto verso la squadra, i tifosi, la società e giocarsi la Champions. Se ne sarebbe dovuto andare a Ferragosto.

Svolta Sarri-Lazio

Pensate un po’, dalla gloria imperitura se la Lazio avesse centrato i quarti Champions è passato alla dissolvenza di un ciclo in poche ore e con un’accelerazione di eventi incredibile, ma non sorprendente. Era molto più stanco lui (anche per motivi extra-sportivi e riconducibili alla famiglia) di Lotito e meditava di interrompere il rapporto a fine campionato. Secondo alcune indiscrezioni, una decisione già presa. Secondo la versione societaria, emersa nelle ore precedenti alla partita con l’Udinese, Mau aveva manifestato l’intenzione di restare sino al 2025. Tesi d’argilla, come hanno dimostrato i fatti. Le critiche di Fabio Capello, nel salotto di Sky Sport, al termine del ritorno tra Bayern-Lazio (si doveva cambiare il modulo proprio in quella partita e dopo aver tenuto in scacco i marziani?) le aveva male assorbite. Due giorni dopo il comunicato della Lazio rinnovando la fiducia a termine, ovvero sino alla scadenza del contratto, in risposta alle indiscrezioni legate ai soliti nomi (Palladino, Gilardino eccetera) per la successione a fine campionato. Poi l’attacco senza precedenti e motivo di Luciano Moggi a quattro anni di distanza dallo scudetto bianconero. Come ha spiegato Martusciello a Frosinone, ci sarebbero state solo tre vie d’uscita alla crisi: esonero, rinnovo del contratto, dimissioni. I fischi dell’Olimpico, dopo il ko con l’Udinese e l’idea (condivisa) del ritiro, fecero il resto, provocando una notte di riflessioni, il confronto con la squadra, la consapevolezza di non riuscire più a incidere, la sensazione che solo un passo indietro avrebbe permesso alla Lazio di reagire. Ha ceduto per stanchezza, la pressione era diventata esagerata e non vedeva più luce.

Dinamiche Lazio

Dimissioni accettate da Lotito in una frazione di secondo per la prima volta nella sua gestione. Con Petkovic era finita in causa. Di fronte alla minaccia di una vertenza, Reja si rimangiò le dimissioni in sei minuti e partì per Madrid lasciando a terra Bollini, all’epoca tecnico della Primavera. Lotito avrebbe voluto fare causa anche a Bielsa, ma stava stappando lo champagne perché non era salito sull’aereo in partenza dall’Argentina e così avrebbe potuto lanciare Inzaghi. Questa volta, lasciando intatto lo stipendio sino a giugno, ha salutato Mau. Sulla panchina della Lazio, tre anni fa, era stato spinto anche da Mourinho. Una risposta inevitabile alla Roma, come accadde a Sensi con Batistuta dopo lo scudetto di Cragnotti. Lotito smentirà ma all’epoca era già in parola con Vincenzo Italiano, poi finito alla Fiorentina. L’accordo saltò e venne rimesso in discussione dopo l’annuncio del portoghese a Trigoria. Mau e Mou, troppo grandi, se ne sono andati insieme. Ora lo scudetto sarà più complicato da raggiungere a Formello. Di solito lo vincono altrove o dopo essere passati dalla Lazio. 

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