Roma, senti Peccenini: “Ci mettevamo il cuore come i nostri tifosi”

Iniziamo subito con una data: il 23 marzo 1975. Discesa e cross di Peccenini, rete di Prati, derby vinto con sorpasso e terzo posto assicurato. Che ricordi ha di quel giorno?

“Diciamo che tutti me lo ricordano in questi 45 anni. Sembra che ho fatto solo quel cross lì e gli amici mi ci prendono pure in giro! A parte gli scherzi è un evento indelebile in una partita storica. Diciamo che ho lasciato una traccia nella storia della Roma va’”.

Grazie a quella vittoria la Roma giocò la sua prima Coppa Uefa.

“C’era un’emozione incredibile perché fino ad allora la Roma aveva disputato giusto la Coppa Anglo-Italiana, oltre alla Coppa delle Fiere. Anche chi in quella rosa aveva già giocato le competizioni europee era molto emozionato. In quella edizione c’erano grandi club, non è come l’attuale Europa League. Era quasi una seconda Champions”.

Poi è arrivato il Bruges agli ottavi.

“Che ha fatto fuori pure il Milan ai quarti e perso col Liverpool in finale. Era una grande squadra che ha vinto sia all’andata che al ritorno. Eppure tutti ci dicevano: ‘Ma che siete usciti con operai che lavorano il carbone nelle miniere?’. Ricordo una trasferta bellissima, siamo andati anche a visitare il museo di Van Gogh. Oggi i giocatori li rinchiudono in camera”.

La sua è stata una delle Roma più amate della storia, paradossalmente come quella dello scudetto. Come mai?

“Perché eravamo attaccati alla maglia ed eravamo professionisti seri. Molti di noi erano cresciuti nella Roma e avevano un contatto diretto con i tifosi. Anche quando le cose andavano male e ci venivano a contestare al Tre Fontane. C’era grande rispetto da una parte e dall’altra. Oggi i tifosi vedono i giocatori come entità lontane, e i giocatori non vivono i sentimenti dei tifosi”.

Lei hai giocato con Prati e Pruzzo, non le chiedo chi è più forte. Ma oggi in Serie A quanti gol farebbero?

“Ci vorrebbe il pallottoliere oggi per segnare i gol. Non saprei dirti chi era più forte, avevano un fiuto del gol incredibile, sentivano la porta anche a occhi chiusi. Io li devo ringraziare perché nelle partitelle del giovedì li affrontavo e ci riempivamo di botte. Imparavo tanto perché una volta che marcavi Prati o Pruzzo, poi potevi affrontare chiunque”.

Anche gli altri non scherzavano, però.

“Ogni partita era una battaglia, io marcavo sempre le seconde punte perché ero rapido. Ho affrontato Chiarugi e Garlaschelli nei derby. Quello che mi ha fatto più dannare però era Bettega. Non era solo forte tecnicamente e fisicamente, ma era intelligentissimo”.

E poi ha giocato con Rocca. Molti parlano dei gravi infortuni di Kawasaki, ma pure lei ha pagato il debito con la sfortuna in quegli anni.

“Francesco ha avuto un crack più serio del mio, ma io per la Roma ho giocato con un ginocchio e mezzo. L’altro non mi funzionava praticamente più da tempo. Le racconto un aneddoto. Contro il Genoa non mi reggevo in piedi, ma Giagnoni mi fa: ‘Siamo solo in 11 contati, devi giocare per forza’. Mi sono ritrovato Damiani contro e gli avevo chiesto di andarci piano perché stavo male. Dopo un paio di affondi dei suoi, gli ho dato un calcio che l’ho mandato nel fossato. Mi prese per matto, ma da quel momento non ci ha provato più. Oggi quando ci incontriamo ancora ne ridiamo”.

Se restava due anni in più avrebbe vinto lo scudetto.

“Chiesi io di andare via, perché non giocavo più con continuità. Sono andato nel Catanzaro di Burgnich e ho fatto l’errore più grande della mia carriera, perché Viola non mi avrebbe mai venduto. Sarei dovuto restare alla Roma anche giocando poco visto che pure a Catanzaro ero spesso out per motivi fi sici. Tornando indietro farei un’altra scelta perché aver vinto solo la Coppa Italia non mi basta. Nel 1983 avrei avuto 30 anni, ho smesso troppo presto”.

Lei ha avuto presidenti estremamente romanisti come Marchini, Anzalone e Viola. Oggi che effetto le fa vedere le presidenze straniere?

“Da una parte è brutto, perché soprattutto con Pallotta è mancata la figura di un presidente presente, facile farlo in quel modo senza mettere piede a Trigoria. D’altro canto è anche bello, perché compensano l’assenza di personalità italiane che evidentemente non ci sono”.

Liedholm o Herrera, chi le ha dato di più?

“Due maestri, ma senza dubbio Liedholm è stato decisivo. Appena arrivò mi lasciò in panchina le prime tre partite e alla quarta nemmeno mi convocò. Mi disse che ero fortissimo, ma non davo il massimo. Aveva ragione, da quel giorno non sono più uscito dal campo. Io e Rocca ci allenavamo quattro ore al giorno, due in più degli altri. Noi tre abbiamo passato insieme pure una vacanza nella tenuta di Liedholm, ci faceva abbracciare gli alberi per scaricare le energie negative”.

Nel calcio di oggi chi ha quella personalità?

“Nessuno, non scherziamo. Oggi tutti si incazzano in campo, fanno le sceneggiate e sembrano duri. Liedholm davanti alle telecamere aveva un aplomb invidiabile, poi però ci attaccava al muro nello spogliatoio. Una volta prese Cordova per il cravattino dopo un brutto intervento a Rocca. Ancora trema quel muro. Aveva la giusta via di mezzo: sapeva ridere, scherzare, ma sapeva anche arrabbiarsi”.

A proposito di allenatori e di Braga- Roma. Fonseca è terzo però…

“Ti blocco subito, non c’è nessun però. Fonseca sta tirando fuori da questa squadra ben più di quanto vale davvero. Ha rivalutato giocatori come Spinazzola e Karsdorp, ha fatto crescere Villar e si ritrova con due centrali come Ibanez e Kumbulla, che non sono ancora da grande squadra. La Roma è piena di punti interrogativi, ha giocatori che non hanno carattere come dimostrano gli ‘autoelogi’ dopo la Juve. Eppure Fonseca l’ha portata al terzo posto e ai sedicesimi di Europa League. Non mi stupirei di vederla al secondo posto a fine campionato, a quel punto chi potrebbe più criticare Fonseca?”.

C’è un Peccenini nella Roma di oggi?

“Sinceramente no, forse sono più preparati tecnicamente, ma in marcatura ero più bravo di tutti i centrali di oggi. E anche come velocità e personalità non credo proprio di essere stato inferiore”.

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