Razzismo e calcio, è ipocrita parlare solo dopo la reazione di Maignan: ecco perché

Ma sì, continuiamo a chiamarli episodi. Il razzismo da noi diventa un problema solo quando la vittima si ribella all’abuso. Reagiamo per decoro alla reazione di dignità. Adesso tanti (nemmeno tutti) applaudono Maignan per il coraggio, mentre il caso esce dal perimetro dello sport e diventa una questione civile: le società si affrettano a prendere le distanze dall’accaduto, il sindaco offre la cittadinanza onoraria, le associazioni studiano la campagna di sensibilizzazione e il premio da consegnare. Tutto già visto, vecchio.
Era già successo con Zoro, con Boateng, con Eto’o, con Koulibaly, con Lukaku. Il tempo di un idromassaggio virtuale che ritempri le coscienze e poi tutto torna come prima. È lo stile di un Paese, di un mondo, che fatica a farsi curare davvero dopo avere chiaramente individuato il sintomo del male. È comprensibile che oggi gli udinesi, tifosi e non, vogliano rivendicare con decisione i loro princìpi etici di accoglienza e tolleranza. Ma non è questo il punto. Perché non è di Udine che dobbiamo parlare ma di ciò che accade in tutte le strade e di conseguenza in tutti gli stadi d’Italia. Sempre o almeno quasi sempre. È difficile trovare una partita in cui non si senta dopo un tiro sbagliato quella sonorità distorta, l’ululato vigliacco di dieci, venti o cento testine disabitate.
Non staremo qui a proporre un metodo per stanare i colpevoli: le leggi e le tecnologie già lo consentirebbero e anzi dovrebbero imporlo. Semmai occorre sottolineare l’ipocrisia del sistema calcio, che si accorge del danno solo nel momento in cui il danneggiato reagisce. Tutte le volte che il giocatore, per quieto vivere o peggio per abitudine, si lascia scivolare addosso gli insulti razzisti, nessuno si indigna. Al massimo arrivano la multa al club – la vera denuncia di Maignan è quella: le società hanno paura di combattere i propri tifosi – o un settore chiuso nelle circostanze più gravi e diffuse.
In ultimo, è anche responsabilità nostra. Dei media, televisivi e non. Siamo i primi, nel tentativo di raccontare ciò che succede in campo, a considerare quasi normale un paio di buu ogni tanto. Minimizziamo per assuefazione. Cosa vuoi che sia, succede sempre dappertutto.

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