Quando (e perché) l’Italia s’innamorò del calcio inglese

Tra gli Anni 70 e 80 la tattica “Kick and Run” adottata dai club d’Oltremanica dell’epoca, dominanti in Europa, ammaliò gli appassionati italiani. Il resto lo fece una galleria di personaggi da Keegan a Wark

Quando ci innamorammo del calcio inglese nessuno andava a fare la vacanza-studio a Southsea, i terzini dell’Ipswich Town avevano basettoni da competizione e la puzza del cartoccio di fish&chips era solo immaginata, però puzzava anche col fuso orario di un’ora. Tutto – laggiù in Inghilterra – era esotico e bastava cambiare una consonante per farlo diventare erotico. Si sapeva poco, ma quel poco era abbastanza. Era una Brexit involontaria, in tempi in cui il calcio estero arrivava in Italia con la modica quantità, come il metadone e le partite in tivù. Una solida storiografia certifica che il calcio inglese di fine anni 70/inizio anni 80 ha avuto sulla generazione degli adolescenti di quel periodo un impatto devastante. Ha definito i contorni di un immaginario fatto di partite dove tutti correvano come matti, il pallone viaggiava sempre a due metri da terra – quindi in alto sul televisore, accarezzando il centrino della zia adagiato sul vecchio Brionvega – e quando finiva in porta ci restava, perché le reti erano simili a quelle dei pescatori di gamberi, larghe e avvolgenti. Era il calcio “Kick and Run”, “Calcia e corri”, tattica adottata dai club inglesi che nell’Europa dell’epoca – ahinoi – facevano razzia di coppe.

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