Plusvalenze, a febbraio l’anticipazione della Gazzetta

Il monitoraggio della Figc e i casi che verranno segnalati agli organismi di vigilanza delle società. È un problema di sistema, che riguarda grandi e piccole: ecco come e perché

Marco Iaria

27 ottobre – Milano

Al termine del mercato invernale, nel febbraio scorso, in un articolo la Gazzetta aveva parlato delle plusvalenze e dei casi che ora sono finiti nella relazione della Covisoc presentata al procuratore Federale della Figc. Ecco cosa sono le plusvalenze, come sono state utilizzate e come funziona il sistema.

La finestra invernale di calciomercato, in piena pandemia, ha visto ridursi i volumi d’affari ma non il ricorso alle plusvalenze. D’altronde, il crollo dei ricavi e il forte indebitamento dei club hanno ridotto ai minimi termini le operazioni con reale passaggio di denaro.

In questa fase, i guai delle società sono di doppia natura: finanziaria e contabile. Non ci sono soldi nelle casse, e questo è il problema principale perché ci sono scadenze di pagamenti da rispettare. La dinamica costi-ricavi è sballata ovunque, e questo è il secondo problema perché rischia di aumentare a dismisura gli apporti di capitale da parte dei soci per evitare squilibri patrimoniali. È qui che vengono in soccorso, ancora una volta, le famigerate plusvalenze.

il caso più recente

—  

L’ultima sessione ci ha regalato un esempio ampiamente sviscerato dalle cronache: Nicolò Rovella dal Genoa alla Juventus per 18 milioni, in cambio di Portanova (10 milioni) e Petrelli (8). Al netto dei bonus che eventualmente matureranno (i 20 di Rovella non sono tutti facilmente raggiungibili), trattasi di un’operazione alla pari dal punto di vista finanziario. Niente cash, soltanto asset che si spostano da un bilancio all’altro e che creano guadagni contabili immediati, a fronte di costi spalmati su più anni. Per la Juventus il mega-affare genera un effetto economico positivo di 17 milioni, per il Genoa 18 milioni pieni. Beninteso, i bianconeri non sono gli unici a utilizzare abbondantemente il meccanismo delle plusvalenze. Il vizietto è radicato nel calcio italiano. E c’è da dire pure che la Juventus, per doveri di trasparenza nei confronti della Borsa, comunica tutto quanto in tempo reale, con lo “svantaggio” di finire subito sotto i riflettori a differenza di altri club che quelle stesse informazioni fanno emergere solo in sede di approvazione dei bilanci annuali, quindi a distanza di diversi mesi. Ma è un fatto che la Juve, azienda calcistica leader in Italia, abbia ricorso massicciamente alle plusvalenze in questi anni e ora, in piena pandemia, sia costretta a pagarne il conto. Il Covid, infatti, non ha soltanto ridotto i ricavi caratteristici ma ha anche ridimensionato le movimentazioni e i prezzi dei calciatori. La conseguenza? Gli effetti negativi sono avvertiti di più da quelle società che in passato hanno fatto maggiore ricorso al trading.

La leva di casa Juve

—  

Sotto la presidenza di Andrea Agnelli, la Juventus ha compiuto una crescita organica invidiabile, dentro e fuori dal campo. Tuttavia, per ridurre il gap con i top club esteri ed accelerare il percorso di competitività internazionale ha dovuto utilizzare in maniera forsennata il calciomercato, allo scopo di aumentare la propria potenza di fuoco. Così, dopo le prime stagioni sostanzialmente ordinarie, nel 2016-17 c’è stato il boom: 140 milioni dalle plusvalenze, principalmente grazie alla cessione-record di Pogba al Manchester United. Poi 94 milioni nel 2017-18, 127 nel 2018-19 senza cedere nessun titolare e addirittura 167 nella scorsa stagione, con il maxi-scambio Pjanic-Arthur e i 44 milioni di plusvalenza del bosniaco resi possibili da una iper-valutazione del brasiliano (72). Abituata a questi livelli così alti, la Juve non può non essere preoccupata per il risultato delle vendite registrato finora. Le cessioni comunicate sono le seguenti: Tongya al Marsiglia (8 milioni di effetto economico positivo), Portanova al Genoa (9,6) e Petrelli al Genoa (7,6). Comprese le operazioni minori, dovremmo essere a circa 30 milioni al momento, nell’esercizio 2020-21. Ci sarebbe ancora la finestra di giugno, potrebbero inoltre materializzarsi obblighi di riscatto. Tutto vero. Ma al momento i 169 milioni del 2019-20, che uniti al risparmio di 90 milioni sugli stipendi avevano ridotto le perdite a quota 90, sono lontani anni luce. E questo è un problema non di poco conto.

i giovani dell’inter

—  

Intendiamoci, stabilire se la valutazione di un giocatore sia alterata rispetto al reale valore di mercato è un esercizio complicatissimo, ai confini dell’impossibile. Tutto è aleatorio nel calcio, lo hanno appurato anche quei magistrati che nel corso degli anni si sono avvicinati, senza risultati, alla materia: l’inchiesta del 2007 sugli scambi di giovani tra Inter e Milan finì con un’archiviazione, quella su Cesena e Chievo è prossima alla richiesta di rinvii a giudizio ma si rischia la prescrizione. Prendete ancora la Juventus: la cessione di Audero alla Sampdoria per 20 milioni nel 2019 (i blucerchiati, a loro volta, hanno potuto iscrivere 7 milioni di plusvalenza da Peeters e Mulè) fece storcere il naso all’epoca ma nel frattempo il portiere si è imposto come titolare e ha accumulato quasi un centinaio di presenze in A. Anche la valutazione data a Bastoni (31 milioni), oggetto di una vendita “a rate” dall’Atalanta all’Inter tra il 2017 e il 2018, può essere riletta diversamente oggi, alla luce dell’esplosione del difensore. Resta il fatto che quella cifra a bilancio aveva una ragion d’essere perché collegata ad altri trasferimenti in senso inverso, cioè quelli di Eguelfi (6 milioni), Bettella (7) e Carraro (5). D’altronde, al tempo del settlement agreement con l’Uefa l’Inter aveva sistematicamente sfruttato la leva delle plusvalenze per rientrare nei parametri dell’Uefa, con una corsa alla vendita negli ultimi giorni disponibili per la registrazione a bilancio (chiusura al 30 giugno). Obiettivi raggiunti soprattutto grazie a micro-cessioni di ragazzi del vivaio nerazzurro e di giocatori come pedine di scambio: 44 milioni nel 2016-17 con Caprari, Eguelfi, Biraghi, Gravillon, Dimarco, Miangue; 50 milioni nel 2017-18 con Radu, Bettella, Valietti, Carraro, Odgaard; 40 milioni nel 2018-19 con Pinamonti, Vanheusden, Adorante, Sala, Zappa.

Pure il Napoli

—  

Più recentemente, il Napoli ha “ammortizzato” con quattro plusvalenze ad hoc l’acquisto di Osimhen dal Lilla. L’operazione, avvenuta nella sessione estiva di questa stagione, ha assegnato all’attaccante nigeriano una valutazione di 70 milioni (più 10 di bonus) ma l’esborso finanziario del club azzurro è stato di 50 perché hanno compiuto il percorso opposto Karnezis, Liguori, Manzi e Palmieri, valutati 5 milioni a testa. “Due operazioni separate”, ha tenuto a precisare il presidente De Laurentiis, ma la sostanza è che il Napoli potrà registrare nell’esercizio 2020-21 un effetto positivo combinato di 20 milioni, visto che il costo residuo a bilancio dell’esperto portiere era di 200mila euro e quello dei tre ragazzi del vivaio era pari a zero. Peraltro, Liguori, Manzi e Palmieri sono stati spediti in prestito subito dopo alla Fermana in C.

I radar Federali

—  

Così fan tutti, si potrebbe sintetizzare. Ma non è un’assoluzione generale, tutt’altro. Le plusvalenze continuano a essere un problema di sistema per il calcio italiano. La Figc vigila e utilizza gli strumenti che ha a disposizione, anche se la legislazione ordinaria circoscrive severamente il margine d’azione. Su input del presidente Gravina, è stato predisposto una sorta di meccanismo in base al quale la Covisoc segnala agli organi di vigilanza e alle società di revisione quegli scambi di giocatori senza finanza dai corrispettivi anomali. Una cartina di tornasole è rappresentata dal percorso successivo degli stessi giocatori: se un club sbaglia l’acquisto allora deciderà prima o poi di svalutarlo, ma se l’operazione ha un secondo fine allora si farà di tutto per rimandare la svalutazione o assorbirla del tutto a bilancio parcheggiando il giocatore altrove. La Covisoc sta completando la sua relazione contenente una pluralità di casi da monitorare, su cui vige il massimo riserbo.

Multiproprietà

—  

I fari federali non possono non essere accesi anche sulle multiproprietà. Nel bilancio al 30 giugno 2020, nei rapporti con le parti correlate, la Salernitana ha segnalato 10 milioni di ricavi dalla Lazio “riferiti a cessione di diritti alle prestazioni sportive”, che hanno consentito alla squadra campana militante in B di chiudere con un utile di 600mila euro. Si tratta di 7 milioni per le acquisizioni da parte della Lazio nel gennaio 2020 di Novella (3), Cicerelli (2,5), Marino (1) e Morrone (0,5) più 3 milioni di premi di valorizzazione. Sì perché lo sfruttamento, spesso improprio, del trading dei calciatori non si esaurisce con le plusvalenze. Specie negli ultimi anni, la flessibilità contrattuale e le esigenze economico-finanziarie hanno aperto le porte a un vasto campionario di soluzioni alternative e accessorie alla compravendita a titolo definitivo secco: obblighi di riscatto, bonus, premi di valorizzazione, “recompra”, percentuali su future rivendite. Ed è nei mille rivoli che può nascondersi l’anomalia.

Precedente Cagliari, Strootman vuole esserci con la Roma Successivo Maradona, dal 30 ottobre una mostra per celebrarlo: tra gli ospiti Corrado Ferlaino