Pisacane si racconta: “Io, Milito, Raiola, come ho sconfitto la malattia…”

Attaccanti si nasce, difensori si diventa. Fabio Pisacane, classe 1986, ha messo da parte i gol quando gli eventi lo hanno costretto ad apprendere l’arte della difesa, l’arma con cui ha vinto anche la sindrome di Guillain-Barré, l’avversario che mai si sarebbe aspettato di dovere affrontare. Il ragazzo di Napoli è diventato un uomo a Genova, insieme al compagno di viaggio Mimmo Criscito e a quello di stanza Diego Milito. In una storia piena zeppa di talento, Pisacane ha fatto la differenza con il suo carattere di ferro, lo stesso che condivide con l’amico Davide Nicola, alle prese con una nuova impresa: salvare la Salernitana che affronterà il “suo” Cagliari per cui Fabio proverà sempre un amore grande. Giocare è il suo desiderio, restare sul campo l’obiettivo della sua vita in futuro.

Fabio, che momento sta vivendo?

Sto bene e voglio giocare ancora. Aspetto il progetto giusto per me. Ho un ginocchio tutto nuovo, quello vecchio mi aveva dato un po’ di noia negli ultimi tempi. Sarebbe un peccato smettere adesso.

È dispiaciuto per come è andata a Lecce?

Sì. Nei posti in cui sono stato ho costruito sempre un grande rapporto con la piazza. Sono riuscito a dare il mio contributo alla causa. A Lecce non è successo. La società ha fatto altre scelte. Mi sono fatto male al ginocchio correndo a bordocampo. Ero arrivato l’anno scorso: tra Covid e stadio chiuso non sono riuscito a vivere come avrei voluto. Un calciatore in uno stadio vuoto è come un grande artista senza spettatori.

Com’è nato il suo amore per il calcio?

Non è una cosa che si può decidere. Si nasce con questa passione. È una cosa che ti porti dentro da piccolo, qualcosa di innato che viene dal profondo. Il pallone è stato il primo oggetto che ho calciato, alla sera lo portavo a letto e ci andavo a dormire insieme. Mio padre era un grande appassionato di calcio, anche ai miei fratelli piaceva. Io sono diventato calciatore senza essere né figlio né nipote d’arte.

Lei faceva l’attaccante all’inizio: com’è stato cambiare ruolo?

Quando mi è stato detto che lo avrei dovuto cambiare, fu una mazzata. La scuola calcio dove facevo gol a grappoli mi ha venduto alla Damiano Promotion, fiore all’occhiello della Campania nello smistare giovani calciatori nelle società professionistiche. È stato Carmine Tascone il mio mentore quando avevo 10-11 anni. Dopo alcuni mesi sono stato venduto al Genoa da difensore: così è cominciato tutto.

Il suo percorso non è stato semplice…

Mi avevano detto che non avevo l’altezza per fare il difensore. Quando sento parlare di algoritmo penso a Carmine Tascone. Uno come Fabio Pisacane secondo l’algoritmo non avrebbe giocato nel grande calcio. Non ha occhi per vedere il calciatore. Lo boccio. Se lo ascoltassimo non avremo più giocatori come Fabio Cannavaro. Il calcio va visto come fanno Pantaleo Corvino, Beppe Marotta, Walter Sabatini.

Lei è cresciuto calcisticamente con Mimmo Criscito: che cosa ricorda dei vostri inizi?

Lo ricordo con affetto. Siamo partiti insieme da Napoli dalla stazione di Piazza Garibaldi con un bagaglio ricco di speranze e sogni. Ci è andata bene, entrambi siamo diventati calciatori professionisti. Mimmo rubava la scena, era già elegante e bello da vedere, si capiva che aveva la stoffa del predestinato. All’inizio c’erano tanti giocatori più portati di me, ma io avevo il carattere di chi poteva arrivare lontano. 

Cosa ha provato per il suo errore dal dischetto nel derby contro la Sampdoria?

Mi è dispiaciuto, ancora una volta il calcio ci ha fatto capire quanto possa essere crudele. Criscito con il Genoa ha vissuto una grande storia d’amore ricca di gol e promozioni dalla B alla A. Mimmo ha scelto di vivere a Genova. Criscito è un ragazzo sensibile. L’errore è una grossa macchia, spero che riesca a lasciarsela alle spalle e che l’amore della gente possa dargli la forza per cancellarlo. Se ripetesse quel rigore altre 30 volte farebbe gol in 31 occasioni. Le cose belle che ha fatto per il Genoa restano. Sono convinto che il pubblico rossoblù riuscirà a perdonarlo.

Che cosa le ha insegnato la malattia?

Non è venuta per uccidermi. Se fosse stato così, non mi avrebbe dato la forza per continuare a vivere e a giocare. È venuta per completarmi come uomo, mi ha tolto quel pizzico di tensione che avevo in precedenza. Mi ha fatto capire che nella vita bisogna essere più leggeri, vivere le cose con più serenità. Mi ha insegnato a dare il giusto peso alle cose. Ho capito che fare discorsi a lungo termine non serve.

Lei ha giocato con Diego Milito al Genoa: che cosa ricorda del Principe?

Un giorno il team manager del Genoa mi ha comunicato che di notte avrei sentito bussare alla mia porta e che avrei dovuto aprire. Ho aspettato quel momento con ansia. Se mi fossi addormentato non avrei potuto rispondere. Al mattino a colazione ho sfogliato “Il Secolo XIX”, un articolo diceva: “È arrivato il Principe di Baires”. Solo allora ho scoperto di avere aperto la porta a Milito. Ho avuto questa fortuna.

Lei conosce bene Davide Nicola: com’è stato averlo compagno? E come allenatore?

Ricordo un uomo esigente, che non si risparmiava mai, molto attento all’etica. Davide spronava tutti, soprattutto i compagni più giovani. Diceva che nel calcio non bisognava mollare. Ho avuto la fortuna di giocare al suo fianco: io occupavo il centro-destra della difesa, lui era terzino. Poi l’ho avuto come allenatore. Non mi stupisce la carriera che sta facendo. Abbiamo due personalità simili, parlavamo tanto da compagni di reparto. Da parte mia c’è molta stima nei suoi confronti. Non mi stupiscono le imprese con Crotone, Genoa e Torino. Le metto tutte e tre sullo stesso piano.

Ce la può fare anche con la Salernitana?

Quando è arrivato Nicola, ho iniziato a seguire la squadra con più passione. Già nel 2-2 con il Milan ho visto una Salernitana totalmente diversa. Ha cambiato pelle, è scesa in campo con il coltello tra i denti. Con Nicola ha fatto vedere subito l’altra faccia che non sapeva di avere. Davide è l’uomo perfetto per compiere un’impresa del genere, ma spero che non gli venga messa addosso questa etichetta perché merita di giocarsi qualcosa di importante. Nicola è un grande allenatore, comunicatore e motivatore. Riesce a tirare da ogni giocatore il 110 per cento. Gli allenatori che riescono a fare questo sono i più forti.

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