Perpetuini: “Ero alla Lazio con Inzaghi, poi addio stimoli… Ora lavoro coi denti”

Un sogno diventato realtà, quella passione sfociata in un lavoro, una seconda vita in cui non ha smesso di mettere ordine tra le cose. Oggi Riccardo Perpetuini ha 32 anni e tanti bei ricordi da condividere con i suoi pazienti tra Roma e Latina

Simone Lo Giudice

28 ottobre

Denti sani, Mister Simo, Salerno speciale

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Ha stretto i denti finché ha potuto. Quando non ce l’ha fatta più però li ha messi ancora al centro della sua vita. Storia di Riccardo Perpetuini, centrocampista di sostanza e qualità che dalla sua ha avuto quasi tutto, tranne la fortuna. Il ginocchio fa crack più volte, il sorriso svanisce, la Serie A diventa B, poi C e D. Un giorno Riccardo ha sentito di aver perso gli stimoli per cambiare le cose e allora ha deciso di ribaltare l’azione, schierando da titolare lo studio, la passione l’odontoiatra e la cura delle persone. Perpetuini vive giornate piene tra Roma e Cisterna di Latina, tiene accesa la luce dello studio fino a tardi e a volte rivive la parte più bella delle domeniche del passato. Quando c’erano solo calcio e adrenalina.

Riccardo, com’è nata l’idea di dedicarsi ai denti?

Ho sempre avuto questa passione. Anche i miei genitori sono odontotecnici. Intorno ai 13-14 anni sognavo di fare l’odontotecnico. Volevo imparare il mestiere. La scuola odontotecnica però era lontana da casa, per andarci mi sarei dovuto svegliare prestissimo al mattino e avrei dovuto trovare un passaggio per andare ai campi d’allenamento. Sarebbe stato difficoltoso. Ho dovuto scegliere il Liceo scientifico perché mi permetteva di fare calcio. Mi è servito per fare l’Università. Poi ho provato il test di ammissione ad Odontoiatria, sono entrato ed è iniziato il mio percorso. Oggi ho due studi: uno al quartiere Prati a Roma e un altro a Cisterna di Latina.

Perché ha scelto di smettere presto con il calcio?

Ho scelto di smettere perché avevo perso stimoli. Non pensavo più solo al calcio. All’inizio della mia carriera avevo determinate aspettative. A 19 sono arrivato in Serie A e ho esordito in Europa, poi per tanti motivi mi sono ritrovato a 25 in Lega Pro. Facevo fatica a risalire le categorie, questo mi ha demotivato. Non potendo fare una cosa al cento per cento ho scelto di lasciare perdere. Ho subito cinque infortuni alle ginocchia e cinque operazioni, la mia carriera è stata tanto travagliata. Avevo continuato a studiare per fortuna. Ero rimasto un po’ indietro con gli esami, così mi sono laureato con due anni di ritardo. È andata bene lo stesso.

Fare calcio e curare i denti hanno qualcosa in comune?

Il mondo del pallone mi ha aiutato a crescere nei rapporti interpersonali. Mi ha permesso di conoscere tante persone diverse, nel mondo dei denti succede la stessa cosa. Mi ha insegnato a saper gestire le situazioni e a predicare calma nei momenti più difficili. Grazie al calcio oggi so usare le parole giuste: questo mi torna utile quando devo proporre un piano di trattamento. Per me è fondamentale mantenere il controllo come facevo da giocatore. Quando le cose vanno male non bisogna buttare tutto all’aria.

Parla ancora di calcio con qualche suo cliente?

All’inizio capitava spesso, ora meno. Lavoro da quattro anni. Ogni tanto capita che qualche paziente mi chieda qualcosa. Un paio di settimane fa è venuta una paziente di Salerno. Mi ha fatto piacere ricordare quegli anni, anche se il calcio è il passato per me.

Segue ancora il calcio? Le manca qualcosa di quel mondo?

Guardo poche partite. Se la domenica ho la giornata libera preferisco fare altro perché le settimane volano. Mi manca vivere lo spogliatoio e condividere la quotidianità con tante belle persone. Mi manca l’adrenalina del pre-partita, entrare in campo e provare quelle sensazioni uniche. Solo chi ha giocato sa a cosa mi riferisco. Non mi manca la fatica dei ritiri invece…

Com’era Simone Inzaghi da compagno di squadra?

Un gran caciarone, un uomo simpatico, scherzoso e allegro. In allenamento chiedeva sempre la palla, si faceva sentire. È diventato un allenatore validissimo. Non pensavo che potesse fare una carriera così importante. Si è dimostrato un mister forte anche a livello europeo: lo conferma il passaggio del turno nel girone di Champions League più difficile. Simone si è consacrato eliminando il Barcellona. Aveva dimostrato di essere un mister di prima fascia, con la Lazio ha fatto cose incredibili.

Quanto ha pesato Inzaghi nella rinascita della Lazio?

Tanto! Se la squadra ha raggiunto questi livelli lo deve al lavoro di Maurizio Sarri, ma non solo. Tutto è partito con Inzaghi, la persona giusta al momento giusto perché conosceva l’ambiente biancoceleste, era amato da tutti ed era cresciuto alla Lazio.

La squadra di Sarri è da scudetto?

Pochi ne parlano, ma è meglio così perché Roma si scalda facilmente e la tensione cresce in fretta. Prestazioni e continuità sono da applausi, dicono che il cammino della Lazio è da scudetto. Per vincerlo servono tante cose: penso alla profondità della rosa. Andare avanti in Europa può portare via energie importanti. La Lazio è lì ed è giusto che accarezzi l’idea. Quest’anno si vedono i risultati del lavoro di Sarri: la squadra è solida, l’anno scorso lasciava spazio a prestazioni altalenanti. È stato importante aver trattenuto i big. La Lazio ha quattro-cinque calciatori top a livello italiano ed europeo. Se la può giocare benissimo con tutte.

Domenica andrà a vedere Lazio-Salernitana?

Non lo so ancora perché nel fine settimana sarò fuori per lavoro, dipende da quando rientro. È una partita speciale per me: con la Lazio ho realizzato tutti i miei sogni, alla Salernitana ho vissuto una delle pagine più belle per belle sensazioni e risultati ottenuti.

Roma e Salerno, due piazze accomunate da un clima molto caldo…

Sono simili. Roma è più grande, nonostante questo Salerno sa farti sentire un calore simile, certe volte persino più grande. Alla Lazio ero un ragazzo, al mio arrivo in Campania ero un calciatore a tutti gli effetti così ho percepito tutto in maniera diversa.

Che consiglio vuole dare ai giovani calciatori?

Gli dico di inseguire il sogno. Se stanno al cento per cento e hanno buone qualità tecniche e fisiche ci devono provare fino in fondo. Se ce la fanno poi devono restare lucidi. La cosa più difficile non è arrivare, ma restare. Bisogna avere un pizzico di fortuna e non subire infortuni durante il percorso. Il calcio va veloce. In sei mesi può cambiare completamente lo scenario di una carriera.

Serve anche avere un piano B?

Sì! Dedicare il tempo libero ad altre passioni può essere un buon modo per scoprire qualcosa di sé. Bisogna assecondare le proprie curiosità. Io l’ho fatto studiando. È importante arricchirsi dal punto di vista culturale. Un piano B poi può sempre fare comodo.

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