Partite flop, confusione, obiettivi dissolti: Milan, quale futuro per Pioli?

L’intenzione del club è arrivare a fine stagione con il tecnico attuale e poi valutare la situazione. L’eliminazione di ieri è un’ulteriore aggravante stagionale per lui, ma la qualificazione alla prossima Champions resta la stella polare da seguire

Marco Pasotto

11 gennaio 2024 (modifica alle 16:54) – MILANO

Il film si ripete ancora una volta, una sorta di loop che ha ormai portato all’esasperazione i tifosi. Copione malefico: la crisi, il miglioramento (spesso anche netto) che illude, e il ritorno all’oscurità. È successo ieri in Coppa Italia dopo lo scintillante 3-0 di campionato a Empoli, era successo per esempio a Salerno dopo il 3-0 al Monza. Superfluo fornire altre prove, il Milan 2023-24 è questo e manda al manicomio i suoi sostenitori perché è evidente a tutti che il potenziale per percorrere un altro genere di stagione ovviamente ci sarebbe tutto. Banalmente, chi guida non riesce a sfruttare la qualità del motore. Si viaggia a giri bassi, poi arriva un’accelerata ben eseguita, per poi tornare a una velocità di crociera sproporzionata alla potenza della vettura. Al volante c’è Pioli, che fatica a dare continuità di resa alla sua squadra non soltanto in termini di risultati, ma anche all’interno delle singole partite. Nell’arco dei novanta minuti c’è quasi sempre un Milan che piace e uno che delude. Uno che ci crede e uno che si autocondanna. Uno che ha le idee chiare e uno che va in confusione. Ed evidentemente, almeno per ora, non c’è consulto col super advisor Ibra che regga: la soluzione fin qui non è stata trovata.

rischio

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Il problema principale per l’allenatore è che adesso gli obiettivi mancati stanno iniziando ad accumularsi molto pericolosamente. Cadono uno dopo l’altro come foglie a novembre: la lotta scudetto salutata già da parecchie settimane, l’ingresso mancato negli ottavi di Champions e adesso la Coppa Italia, che in un’annata di magra poteva essere una pietanza adatta a regalare comunque un po’ di sapore. Anche perché il tabellone non era esattamente proibitivo. Nulla da fare. Restano l’Europa League – dove per arrivare in fondo occorrono nove partite e sulla strada ci sono clienti come il Liverpool – e l’imprescindibile sigillo che pretende l’azienda: la qualificazione alla prossima Champions. È qui – in massima parte -, è in quest’ultimo fattore la chiave di lettura sulla situazione e sulla posizione di Pioli. Perché in termini di obiettivi, vederne crollare tre in soli cinque mesi metterebbe a rischio qualsiasi allenatore. Figurarsi in un club chiamato sempre e comunque a competere per vincere. Il Milan di RedBird però è una società che riflette ad ampio spettro. Cardinale rappresenta una proprietà che non basa tutto sul risultato, ma sull’insieme del progetto. E che è abituata a fare bilanci e prendere decisioni a fine stagione. 

flusso finanziario

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È il motivo per cui Pioli è rimasto al suo posto dopo il terribile 2-2 di Salerno, ovvero il momento in cui la posizione dell’allenatore – al netto delle smentite ufficiose di rito – ha traballato di più nei suoi quattro anni e mezzo in rossonero. Ad aiutarlo è stata anche la mancanza di alternative reali. In quelle ore il club si è domandato: se cambiamo e diamo la panchina a qualcun altro, chi ci garantisce che non si vada a far peggio? Il Napoli di questi giorni insegna. La navigazione pioliana dunque prosegue a dispetto degli obiettivi mancati, perché la luce guida rimane quella del quarto posto. Ottenuto quello, il flusso finanziario proseguirebbe in maniera virtuosa senza scossoni, ma la sensazione sempre più incombente è che in estate sarà più probabile assistere a una separazione da Pioli rispetto al contrario. L’uscita dalla Coppa Italia ha fatto calare ulteriormente le quotazioni. Nulla è ancora stato deciso, questo va sottolineato ed è un dato di fatto. Ma il nome di Conte è destinato ad aleggiare fino a fine campionato e la stagione corrente ha mostrato criticità che per il club sono impossibili da ignorare. Discontinuità nei risultati, in più di un’occasione confusione tattica, tenuta mentale rivedibile se è vero – come è vero – che il Milan dei secondi tempi non è nemmeno lontano parente rispetto a quello dei primi. Rimonte clamorose. E poi, in cima alla lista, l’ecatombe di infortuni, tasto dolentissimo ai piani alti del club (ieri con l’Atalanta dopo il ko di Gabbia gli indisponibili per problemi fisici erano dieci). Allo stesso tempo, a Pioli continuano a essere riconosciuti meriti nella gestione del gruppo, nell’approccio alle difficoltà, ovviamente riconoscenza per i risultati pregressi, e di questi tempi anche per il lancio dei giovani che sta generando gli albori di un nuovo ciclo decisamente interessante. “Si mette sempre in discussione il mister e non è giusto”, aveva detto Furlani a fine anno, mentre ieri nel dopogara con l’Atalanta l’a.d. rossonero ha puntato il dito sull’arbitraggio. Quasi una primizia nel Milan americano, che ha sempre rimarcato l’orgoglio di chiamarsi fuori dalle chiacchiere sulla classe arbitrale. Oppure era – anche – un modo per distogliere l’attenzione da Pioli?

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