Nuova Superlega: in ritardo, ma giuste queste sono le mosse per il cambiamento

Ieri il comunicato è arrivato di prima mattina, il 19 aprile intorno alla mezzanotte. C’è qualcosa di molto simbolico nella differenza d’approccio che, un anno e mezzo dopo il primo tentativo, rilancia il progetto della Superlega, che per la cronaca potrebbe non chiamarsi più Superlega, ma resta un’idea di competizione europea alterativa, più attraente, più remunerativa, più moderna rispetto a quelle attuali.  
Diciotto mesi fa, il concetto di base era quello di un torneo più chiuso che aperto, visto che quindici posti su venti sarebbero stati intoccabili. E la differenza oggi non è solo simbolico, ma sostanziale, perché la società che dovrebbe far nascere il nuovo torneo lo ha chiarito una volta per tutte e in modo molto chiao: si tratterà di una competizione con promozioni e retrocessioni. La differenza, rispetto alla Champions League, è che l’accesso non dipenderà dai campionati nazionali (o per lo meno non solo dai campionati nazionali), bensì da un meccanismo interno alle competizioni europee, un po’ come accade per la Nations League che ha serie A, B e C. 
Rispetto ad aprile 2021, in compenso, non cambia l’obiettivo che si pone la nuova Superlega: portare il calcio europeo nella modernità per fronteggiare le sfide mondiali nel settore dell’intrattenimento; riformare il calcio europeo per renderlo economicamente più sostenibile; migliorare la competitività del calcio europeo che va riducendosi di stagione in stagione, con un numero sempre più esiguo di super potenze (per lo più inglesi) che tiranizzano il mercato e le attuali coppe. 

La Superlega non si ferma, arriva un nuovo ceo

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Il progetto Superlega

Perché si può anche continuare a fare finta che vada tutto bene e che le attuali competizioni siano fantastiche, ma bisognerebbe tenere conto che il 40% della fascia di età fra i 16 e i 24 anni non è interessata in nessun modo al calcio e il 45% della stessa fascia ritiene sia “da vecchi” guardare le partite in televisione. Il calcio sta perdendo le nuove generazioni e il rischio, nel medio periodo, è di diventare sempre meno rilevante a livello mondiale. La Superlega non è la soluzione di tutti i problemi, ma è ovvio che proporre, in modo più organizzato e costante, sfide fra grandi club potrebbe rendere il prodotto più attraente a ogni livello. E si può anche fare finta di non vedere il divario che si scava fra la Premier e il resto d’Europa, ma i dati del mercato sbattono in faccia i 2,25 miliardi spesi dagli inglesi nell’ultima campagna acquisti, che rappresentano esattamente la somma di quanto speso da Serie A, Liga, Bundesliga e Ligue 1. La Superlega non può fermare la Premier, ma può ridistruibuire cifre più alte in modo da ridare competitività ai club europei e può fare una concorrenza credibile al prodotto Premier sui mercati mondiali che, altrimenti, sarebbero esclusiva preda inglese. Si può non gradire il concetto di Superlega e chi ci sta dietro, ma è avventuroso negare la necessità di un profondo cambiamento del calcio europeo.

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