Non solo Lukaku: Bonucci, Sheva, Kakà, Ibra, quando i campioni ci “ripensano”

Big Rom all’Inter l’ultimo di una lunga lista. Il Milan è una squadra di “ritornatori”, ma di recente solo con Zlatan è andata bene

Sebastiano Vernazza

18 giugno – Milano

Non bisogna mai ritornare nei posti in cui si è stati bene. Mai rimettersi con la stessa donna. Aforismi da cioccolatini, una legge assoluta non esiste. Si può rientrare dove si è stati, si può risposare la donna dalla quale si è divorziato. E si può andar via da una squadra di calcio e ripensarci pochi mesi dopo. È quel che sta per accadere a Romelu Lukaku.

Salvo sorprese sempre possibili, il centravanti belga rigiocherà nell’Inter, un anno dopo la “fuga” da Milano, ricoperto di milioni dal Chelsea. La storia del pallone è piena di andate e ritorni.

Inverno del 2017, qualcosa si guasta tra Massimiliano Allegri e Leonardo Bonucci. A Porto, in Champions, il difensore juventino finisce in tribuna, a guardare la partita seduto su uno sgabello che fa tanto punizione. Poi la Juve perde la finale di Champions a Cardiff e cede alla maxi offerta del Milan della nuova misteriosa proprietà cinese, 42 milioni per Bonucci. Leo è sfortunato. Un tifoso gli chiede se è lì per spostare equilibri, lui risponde che farà il possibile per riuscirvi, però passa il messaggio di “Bonucci che sposta gli equilibri”. La stagione milanista dell’ex juventino non è disastrosa né esaltante. Sbiadita, diciamo. Bonucci, nominato capitano, ce la mette tutta, sui social lancia l’hashtag motivazionale #weareateam, noi siamo una squadra, ma impegno e buone intenzioni non bastano, e nell’estate del 2018 ritorna a Torino per 35 milioni. Il suo juventinismo è profondo, il richiamo della foresta irresistibile.

Nella sua Juve bis si chiarisce con Allegri, riabbraccia Chiellini e riprende a vincere scudetti e coppe nazionali. La Champions, no. Bonucci, nell’andirivieni, ha avuto un predecessore illustre, il Pallone d’Oro Fabio Cannavaro, alla Juve tra il 2004 e il 2006, e poi nel 2009-10, dopo un triennio al Real Madrid. Un rientro infelice, da 7° posto.

Una Champions, uno scudetto, il Pallone d’oro. Nei primi anni del nuovo secolo Andriy Shevchenko, con il suo sguardo glaciale, da cannoniere dell’Est, “spiezza in due” qualunque difesa e fa volare il Milan in Europa. Sette stagioni di vacche grasse, poi entra in scena la sposa americana, come in un libro di Mario Soldati. Kristen Pazik, la statunitense signora Sheva, vuole che i figli perfezionino l’inglese e convince il marito ad accettare la proposta del Chelsea. Sheva va, segna poco, appena 9 gol, e vince qualcosina, per esempio una Coppa d’Inghilterra. Non esalta nessuno e la stampa inglese gli fa i conti in tasca: pessima operazione per rapporto rendimento-costi. Così, nell’estate del 2008, Sheva briga per ritornare a Milano, tanto i ragazzi l’inglese lo hanno assimilato. Berlusconi lo accontenta, se lo riprende in prestito, ma nulla è come prima, neppure la maglia. Il 7 è occupato da Pato, fidanzato con la figlia del presidente, per cui Shevchenko deve ripiegare sul 76 anno di nascita. Una stagione triste, condita dalla miseria di due gol.

Squadra di ritornatori

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Il Milan è una squadra di grandi “ritornatori”, l’Inter no. Tralasciamo Gullit, ormai preistoria. Andiamo su Kakà, che ha condiviso la traiettoria di Sheva. Sei anni di trionfi in rossonero, la Champions e il Pallone d’oro del 2007, e nel 2009 il distacco. Impossibile resistere alla malia del Real, nonostante i tifosi si radunino sotto casa sua per supplicarlo. Kakà a Madrid però non attecchisce, tormentato com’è dalla pubalgia e da un ginocchio. In quattro stagioni vince una Liga, segna una trentina di gol, il minimo sindacale. E nel 2013 ritorna al Milan. Galliani può intonare la canzone preferita, quella di Venditti sugli amori che fanno certi giri immensi e poi ritornano, ma Kakà balla per un’ultima mediocre annata.

Un altro ritornatore milanista è stato Mario Balotelli, per due volte rossonero, la prima tra il 2013 e il 2014 e la seconda nel 2015-16. Buona la prima (30 gol in 54 partite) e mediocre la seconda (tre gol). Il re dei ritornatori milanisti è Ibrahimovic: in rossonero ha vinto lo scudetto del 2011, poi se ne è andato in giro. Ha ripreso il Milan per la collottola a Natale del 2019, quando la squadra era allo sbando, e l’ha rimesso nella cesta dei grandi club con lo scudetto del 2022. Tra un Ibra scudetto e l’altro sono trascorsi undici anni, ma i tifosi dell’Inter con Lukaku si augurano un esito identico, scudetto alla prima volta e scudetto alla seconda.

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