Niente interviste, niente locali, solo grinta: ascesa e declino alla Juve di Mandzukic

Il croato ha lasciato il segno in bianconero: dal “no good” di Allegri agli striscioni, dalla rottura con Sarri all’esclusione dalla lista Champions, quattro anni di un bomber guerriero

Pochi calciatori della Juventus, nell’ultimo decennio, sono stati osannati dal mondo bianconero come Mario Mandzukic. Gli sono bastate quattro stagioni per entrare nel cuore dei tifosi, per costruire un filo diretto, indelebile. Proviamo a ricostruire il suo personaggio, tra luci e ombre.

Numero 17

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Mario giunge alla Juve da centravanti, al fine di aumentare il livello di esperienza della squadra in Champions League. Diventa presto un riferimento di Allegri perché si conferma un attaccante che si sacrifica tanto per i compagni. Tanto che lo si vedrà in qualunque altra parte del campo, anche da terzino, in fase di copertura. Disponibilità che diventa totale con l’arrivo in squadra di Cristiano Ronaldo: sarà lui a fargli da riferimento all’interno dell’area di rigore avversaria, nel corso della prima squadra in bianconero. Con la maglia della Signora ha giocato 162 partite, messo a segno 44 reti e concesso 17 assist.

Lontano dai riflettori

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Di lui a Torino si è sempre saputo poco. E si è visto quasi nulla. Difficile trovarlo all’interno dei locali della città o in qualche ristorante. Chi lo conosce bene garantisce: Mario trascorreva a casa le ore extra campo all’interno della sua residenza di Moncalieri. Complicato anche riconoscere la sua voce, perché non ha mai concesso un’intervista. Tanto estroverso in campo tanto introverso pubblicamente: la sua “allergia” a telecamere e microfoni lo ha caratterizzato anche nei suoi anni alla Juve.

No good

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A raccontare un aneddoto sul suo conto fu Max Allegri, nell’intento di descrivere una situazione difficile tra infortuni e giocatori a mezzo servizio. “Come direbbe Mario Mandzukic: no good”, sarà ricordata tra le frasi più simpatiche della prima parentesi bianconera del tecnico livornese. All’interno dello spogliatoio, invece, il croato è stato un riferimento per tutti. “Era tra quelli che non volevano più andarsene” ha svelato poco tempo fa Gigi Buffon. Entrambi hanno sempre fatto sentire la loro voce tra le mura juventine.

Guerriero

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Basti pensare che Mario Mandzukic prese il posto che fino alla stagione precedente era stato di Andrea Pirlo, all’interno dello spogliatoio bianconero. Quasi un “trono”, insieme a quello di Gigi Buffon. La sua esperienza al Bayern, dove aveva vinto la Champions, tornò sin da subito utile per potenziare la consapevolezza nel gruppo e nella gestione dei momenti più delicati della stagione. Un leader, non troppo rumoroso ma determinante. Racchiuso forse al meglio, nella percezione dei tifosi, in uno striscione che apparve allo Stadium nel novembre 2017, in occasione di un Juve-Barcellona di Champions: “Tra gli uomini i guerrieri”.

Legame

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Qualche ombra nella fine del rapporto tra il calciatore e la Juve, nell’estate 2019, con l’arrivo di Sarri. Anche qui ci si affida alle parole di terzi: “Mario ha un carattere forte, è severo con se stesso e con gli altri. Ci sono stati dei fatti che hanno portato a un allontanamento dalla società, che comunque si è comportata bene – la ricostruzione del suo agente, Giovanni Branchini -. Di fatto è lui che si è autoescluso quando la Juve gli ha detto che non sarebbe entrato in lista Champions. Da lì c’è stata una rottura col tecnico, ma i dirigenti e il presidente hanno fatto di tutto per andare incontro a Mario, che in quel momento si sentiva ferito”. La lettera di saluto alla Juve fu commovente quanto quella di addio al calcio, la sua presenza alla Dacia Arena nella prima dell’Allegri bis la conferma ultima del suo forte legame alla Vecchia Signora.

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