Napoli, sono tornati i Campioni: contro la Juve serve una conferma

E a desso che cosa succede? Che cosa sono stati l’improvvisa bellezza di Reggio Emilia, il gioco ritrovato, l’antica intesa sulle corsie, la palla recuperata nella metà campo avversaria, il possesso verticale, la rumba del gol del tandem dello scudetto? Il Sassuolo si è opposto senza neanche il vigore degli allenamenti tra titolari e riserve, ma è anche vero che il Napoli tornato se stesso ha sbriciolato la resistenza precaria della formazione emiliana. Più del risultato clamoroso, hanno impressionato la fluidità, la convinzione, la sicurezza del gioco degli azzurri, gli stessi dello scudetto con la sola eccezione di Traore. Non basta l’arrendevolezza del Sassuolo per spiegare la prestazione del Napoli al livello di un anno prima. Si può battere una squadra debole, ma un altro conto è il modo con cui il Napoli ha costruito il successo. Hanno contribuito le prestazioni di alcuni giocatori tornati a un rendimento elevato, Anguissa più di tutti, agevolando la suprema regia di Lobotka, ma anche Di Lorenzo, Mario Rui, Politano per finire a Osimhen e Kvaratskhelia di nuovo in condizione di colpire pesantemente. Un solo dubbio ha lasciato la partita di Reggio Emilia: la tenuta difensiva per niente sollecitata dagli avversari. Arriva la Juventus e il collaudo di un Napoli che si è rilanciato sarà completo.

Juve, il nuovo banco di prova

La concretezza bianconera sarà un duro banco di prova al netto di assenze importanti, Rabiot, Chiesa e McKennie, pedina essenziale dopo essere stato in uscita, e con Vlahovic rinato goleador nelle ultime dieci partite (10 gol). Un avversario ostico per tradizione e forte identità dirà se il Napoli è tornato all’epoca di Spalletti. Da Garcia a Mazzarri, le esigenze di far risultato lungo un cammino di delusioni continue, nel girone di ritorno senza l’apporto di Osimhen dopo quattro assenze all’andata, hanno stravolto l’assetto tattico del Napoli impegnato a interpretare moduli diversi e, con Mazzarri, un modulo squisitamente difensivo per arginare le perdite. Calzona, con poco tempo a disposizione, ha riportato il Napoli alla sua originaria “natura”. Toccherà vedere se è una conquista definitiva. Calzona non rinuncia alla rincorsa di quel posto Champions che resta lontano otto punti (sei se tornasse utile la quinta poltrona). Non lo dice solo per tenere alto il morale e l’impegno della squadra. Ci crede perché le formazioni che precedono il Napoli, ad esclusione della Fiorentina, verranno a giocare al Maradona (Atalanta, Roma, Bologna). Sempre se la partita di Reggio Emilia avrà un riscontro positivo.

Calzona e la nuova armonia

Ma ora c’è Osimhen, dopo le sette assenze per la Coppa d’Africa, e Kvaratskhelia s’è sbloccato dopo otto partite con la miseria di un gol. Più di ogni altro confronto, brilla e suggestiona il match di ritorno col Barcellona in Spagna negli ottavi di Champions (12 marzo), pur avendo giocatori contati a centrocampo, dopo che il Napoli avrà affrontato al Maradona la Juventus e il Torino. Calzona avrà più tempo per lavorare sullo slancio della ritrovata “bella armonia”. Il Napoli può solo progredire perché non è pensabile che faccia passi indietro ora che ha riacquistato il gioco perduto. La condizione atletica è ottima (col ritorno di Sinatti), la testa non è più prigioniera di ombre e insicurezze. Un finale di stagione, che sembrava destinato al requiem per il Napoli che fu, si illumina improvvisamente. I giocatori, non proprio gli ultimi responsabili della disastrosa flessione, hanno ritrovato il gusto di fare squadra tornando sul sentiero più noto alle loro qualità e interpretando un gioco che avevano mandato a memoria, recuperando la memoria di quel gioco.

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