Napoli, se vincere non aiuta a vincere ancora

NAPOLI – Forse è vero che vincere aiuta a vincere, ma anche no : e trentaquattro anni dopo, sfilando nel passato, riemergono le rughe di un’epoca già vissuta e si scorgono gli stracci che volano sulla Storia. La felicità è un attimo e, come avrebbe scritto Mandela, «è la luce, non l’ombra, che spaventa di più»: è in quei bagliori dello scudetto che Aurelio De Laurentiis si è avventato, restandone accecato; è nell’incontrollabile euforia del trionfo che le Idee e le Visioni sono sfumate, sino a diventare macerie dell’anima. Ma ora ch’è volata via quella favola, e però restano i ricordi, con Zielinski ed Osimhen sistemati fuori dal finestrino con un fazzoletto tra le mani, lungo il sentiero della memoria sta per incamminarsi (forse) pure Lobotka.

Il Napoli di Spalletti non c’è quasi più, ha mutato non solo la natura ma pure i connotati, ha una dimensione insospettabile appena nove mesi dopo, il periodo di gestazione di un fenomeno – si chiama autodistruzione – però già vissuto e sopportato e poi ha lasciato lì, sommerso dal cumulo d’emozioni che hanno sempre un senso e diventano egualmente dominanti. Non c’è niente di clamorosamente inedito in questa catastrofica espressione del fallimento post-scudetto, la nemesi calcistica che si è abbattuta su squadre stellari, stravolte dentro da rivolte «scioccanti» – il comunicato contro Ottavio Bianchi, nell’88; la fuga di Maradona, dopo mesi di sofferenza intestina, nel ‘91 – e dunque vittime di se stesse, della difficoltà di gestire il successo, della disabitudine di saperlo custodire e di orientarlo per riprodurlo, costruendo possibilmente un ciclo. Aurelio De Laurentiis, per non farsi mancare nulla, e comunque non avendo Diego, ha scelto di fare più in fretta di Corrado Ferlaino, s’è incagliato in un meccanismo diverso da quello degli anni ‘80 e però fondamentalmente eguale, ha dissolto in un nano secondo il capitale da se stesso alimentato nell’esercizio di un ventennio luminoso, ed ha bruciato la possibilità di ergersi a dominatore d’un tempo – per vanità o per supponenza è persino un dettaglio – e deve convivere con un rimpianto che specchiandosi nel bilancio può essere cancellato solo con la forza autentica d’un Progetto capace di cancellare gli amari ricorsi storici. Non essendoci più Maradona, l’ultimo Dio, diventa utopia inseguire miracoli. La rivincita è provare a rivincere. 


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