Napoli-Real Madrid, tutto in una notte

Se c’è una notte in cui le ombre si dissolvono perché pure i fili d’erba paiono splendere, è questa: è Napoli-Real Madrid, che contiene in sé il calcio, l’assorbe e l’amplifica, in un fascio di luce che abbaglia, nella mistica di un universo che quasi silenziosamente s’avvicina al Santuario. Se c’è una serata in cui le tenebre paiono sparire, avvolte nella luminosità d’un istante – cosa volete che siano 90′? – è proprio quella d’un 3 ottobre che porta in sé i riflessi del passato, le gioie soffocate di quei favolosi anni ’80, i rigurgiti d’un 2017 stordente in quella Grande Bellezza poi evaporata come un’illusione: e Napoli-Real Madrid, in sé, è la sintesi d’una emozione gigantesca, è il calcio che sfugge meravigliosamente alle sue banalità, è un flash che acceca ed induce a lasciarsi andare per gustarsene il profumo. E oggi come allora, quando c’era Maradona o quando ormai senza di lui s’inseguiva legittimamente un sogno, Napoli-Real Madrid è quel graffio di magnetismo che conquista l’anima, sposta le folle, riempie uno stadio con 55 mila cuori che pulsano, lo turba e l’esalta, fino a prova contraria, perché talvolta val la pena di provare a spingersi al di là dell’impossibile.

Napoli-Real Madrid, il revival

E perché quando c’è il Real Madrid, a Napoli o all’Equatore, il calcio diventa “altro”, trascina in sé non la retorica ma la Storia, narra di Galacticos, di Leggende che hanno attraversato epoche e le hanno riempite sistematicamente di sé e stasera, per la prima volta da quando Diego non c’è più e quello stadio è totalmente, per chiunque dolorosamente suo, sarà un po’ come sfidare il tempo per ribaltarlo. Ci sono partite che rientrano in una dimensione surreale, che sembrano lasciar ondeggiare tra la realtà e la fantasia: Napoli-Real Madrid, invece, sta lì, la vivi per davvero, la osservi per divorare la maestosità di Modric o di Vinicius, per confrontarlo con il talento esagerato di Kvara e di Osimhen, e poi, accomodandoti persino tra i ricordi, la scruti lanciando uno sguardo al Monumento che sta in panchina, quel gentiluomo di Carlo Ancelotti che ha vinto ovunque e che a questa città è appartenuto per un’epoca così infinitamente piccola da diventare rimpianto.

Le scoperte di Garcia

Napoli-Real Madrid si contorce nelle sensazioni che emana, universi lontanissimi che però si sfiorano, anzi si toccano, ma è nelle dinamiche antiche e sempre moderne delle strategie tecniche o del più recente vissuto: Garcia la scorge dal promontorio scalato nei sei giorni più paradossali di quest’esistenza divenuta gustosa, ha spazzato via i fantasmi intravisti intorno a sé e ha riscoperto la sontuosa autorevolezza dei suo geniali interpreti – da Kvara a Lobotka, da Anguissa a Osimhen, da Zielinski a Politano – e Ancelotti, il totem impassibile di quest’universo talvolta schizofrenico, dopo aver elaborato la sconfitta nel derby con l’Atletico Madrid e adagiato la sofferenza per le assenze di Courtois, Militao e Alaba (e Arda Güler), sa scavare in sé, nella sua enciclopedica cultura calcistica e nella sua naturale semplicità, la pozione magica per sfuggire alla normalità e rimanere nella propria, onirica dimensione. 

Il Napoli vuole sfatare il tabù

Napoli e Real Madrid si sono incontrate quattro volte, l’ultima fu sei anni fa, e, come raccontano gli Almanacchi e le bacheche, trasformare un’impresa in sortilegio è un attimo o anche un trentennio. Il Napoli non ha mai vinto contro il Real Madrid, tre sconfitte e un pari, ha accarezzato l’idea nel 2017 al Santiago Bernabeu (con Insigne ma poi ci pensarono Benzema, Kroos e Casemiro) e poi al San Paolo (con Mertens, ma poi Sergio Ramos e Morata procedettero con la solita sentenza); è il primo, autentico braccio di ferro in quel San Paolo che dal 2020 è intitolato a Maradona: e stavolta, così sussurrerebbero i segnali dal campo, ci sono, ci sarebbero, le condizioni e le possibilità per far far crollare quel tabù. Con l’aiuto di Diego, s’intende…


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