Napoli e Zielinski, facciamoci del male

C ’è modo e modo per divorziare, quello scelto tra il Napoli e Zielinski è il peggiore. Dopo otto anni in azzurro, 355 presenze, mai meno di 36 a stagione in campionato, e cinquanta gol, il nazionale polacco è escluso dalla lista Uefa, cioè è tagliato fuori dagli ottavi di Champions tra Napoli e Barcellona. Una decisione inaudita dal punto di vista tecnico. Perché Zielinski è uno dei calciatori azzurri di maggior classe e in ogni caso quello con più esperienza internazionale. E perché il club arriva alla fase finale della competizione europea con una dotazione di centrocampisti che, al più, potrebbero considerarsi rincalzi del polacco. Che, è vero, ha rifiutato il rinnovo del contratto, avendo raggiunto un accordo con l’Inter per la prossima stagione. Non pare questa, tuttavia, una ragione sufficiente per giustificare ciò che troppo somiglia a una ritorsione. Non solo perché otto anni di militanza altamente professionale avrebbero suggerito ben altro epilogo. Ma perché separazioni così traumatiche purtroppo raccontano un metodo che non giova né all’immagine del club né allo spirito sportivo richiesto al gruppo. Certo, nei divorzi non c’è mai un solo responsabile. Ed è vero che Zielinski non si è rivelato, com’era nelle attese, il leader capace, per carattere e autorevolezza, di prendere il Napoli sulle spalle nei momenti difficili.

Tuttavia, al netto di una stagione non brillantissima, non si può negare che anche quest’anno sia sceso in campo con la diligenza e l’impegno che ne hanno fatto un ottimo professionista. La separazione ci può anche stare, così come del resto è avvenuto con Insigne, lo strappo proprio no. Circostanze come questa cambiano definitivamente segno all’acme dello scudetto. Da trampolino per la costruzione di un ciclo, di cui non si vede ancora traccia, questo appare sempre più una condizione eccezionale e difficilmente ripetibile, perché nel volgere di pochi mesi le travi di un’intera costruzione sportiva sono andate spezzandosi a una a una, causando la caduta di quell’infrastruttura societaria su cui dovrebbe-potrebbe poggiare la replicazione del successo.

Una volta si vince per un acuto della qualità, esaltato dalla concomitanza di circostanze casualmente favorevoli. Ma il bis presuppone visione, organizzazione, educazione e stile che contrastano con la gestione padronale e istintiva che ispira le mosse e le esternazioni del Napoli. Tutto ciò che è accaduto dal giugno scorso a oggi racconta improvvisazione e azzardo. Una sincera autocritica sarebbe la premessa necessaria per correggere la rotta, ricostruendo, per prima cosa, un clima di pacificazione e fiducia attorno al club, con cui chiudere la stagione.

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