Napoli, con l’Atalanta è da dentro o fuori per la Champions

NAPOLI – Se dentro una sola giornata c’è racchiusa la storia, val la pena di assaporare quegli istanti in compagnia di chi t’ha voluto bene, sempre: e quando Napoli-Atalanta sarà finita, vada come vada, non ci sarà neanche un filo di rimpianto nei pensieri più spettinati. E’ stato così meravigliosamente bello che varrà la pena voltarsi pure per un solo istante, assaporare ancora quel che resta del nettare dello scudetto, e poi rassegnarsi gioiosamente a ciò che avrà deciso il destino: dentro o fuori, sia quel che sia, però con l’orgoglio di aver vissuto, con lo sfarzo di quella romantica compagnia che sta intorno. Ci sono cinquantamila motivi almeno per credere che nulla sia impossibile, men che meno il miracolo di rinascere dalle proprie ceneri: è vietato sbagliare, è scolpito nell’aritmetica che non è mai un’opinione, e affinché soffi alle spalle il vento carezzevole della gratitudine, c’è una folla che s’è data appuntamento al Maradona, in un mezzogiorno e mezzo di fuoco. Napoli-Atalanta è ora ma è (forse) per sempre, lo spartiacque tra due Mondi che sono appartenuti e restano, e può essere the last dance o anche no, questo lo dirà quest’esistenza piena di rimbalzi a volte perfidi: vincerla, per Calzona, significherebbe restare aggrappato ancora e meno disperatamente alla speranza di credere nel futuro, di specchiarsi in un orizzonte ancora gioioso anche per quei cinquanta milioni che potrebbero planare pure con il quinto posto; altrimenti, al di là di quella linea d’ombra, rimarrebbe il passato di questo ciclo, la sua sontuosa espressione, un bel tempo che gli errori di un anno non cancellano, né sommergono. 

Napoli con Juan Jesus

E’ una giornata speciale, piena di risvolti mica solo calcistici, contiene in sé anche gli effetti dolenti di due settimane maleodoranti, con i graffi striscianti che Juan Jesus ha avvertito sulla propria pelle e che la sentenza del giudice sportivo ha adagiato tra i libri (sacri?) dell’ordinamento giuridico-sportivo: è un capitolo amarissimo, un’eco fastidiosa, il sintomo di un malessere che Napoli affronterà frontalmente, in un sabato santo in cui le coscienze verranno indotte a riflettere anche da video che il megaschermo diffonderà per combattere una battata sacra senza mettersi la mano sulla bocca. «Crediamo in un mondo dove l’uguaglianza e il rispetto non siano soltanto una vana illusione ma principi concreti e universalmente riconosciuti. Affinché ciò avvenga non dobbiamo rimanere in silenzio. Questa è l’occasione giusta per alzare la nostra voce e dire tutti assieme No al razzismo».

Napoli con Osimhen

Poi si partirà, alla ricerca di se stesso, di quella luminosa bellezza che possa regalare la possibilità di stare nella scia dell’elite di questo calcio e di intravedere le stelle: la Champions non è semplicemente un affare di soldi ma anche di cuore per chi nei suoi ultimi venti anni, e partendo dal sottoscala, ne è stato (quasi) un abituale frequentatore come il Napoli, che ha attraversato quella via Lattea per sette volte e per quattordici è stato in Europa. Stavolta, è una lotta contro se stesso e contro i demoni di questa stagione opaca: ma torna Osimhen, che rientra dopo la panchina con l’Inter e non segna da tre partite. E’ una luce sferzante, come un mezzogiorno da attraversare con fierezza per ciò ch’è stato. 

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