Napoli, che difesa: ecco come Spalletti ha costruito il bunker

NAPOLI –  Il miglior attacco dev’essere la difesa, se dentro quei trentadue punti in classifica ci stanno (appena) quattro gol; e se in dodici partite non c’è finita neanche una sconfitta e se per otto volte (con il Venezia, con l’Udinese, con la Sampdoria, con il Cagliari, con il Torino, con la Roma, con il Bologna e con la Salernitana) Meret e Ospina se ne sono tornati nello spogliatoio con la maglietta linda, vuol dire che là dietro c’è un piccolo miracolo alla napoletana che Luciano Spalletti ha allestito diabolicamente. La squadra che attrae e stordisce, quella miscela esplosiva che sta dalla trequarti in su, ci ha dato dentro il giusto, ventiquattro reti segnate, il quinto attacco della serie A (dopo Inter, Milan, Verona e Lazio) ma la differenza, stavolta, sta proprio dove meno te l’aspetti, in settore apparentemente carente di un esterno sinistro che dia una mano a Mario Rui e che a un certo punto si è trovato anche senza Manolas, mister trentasei milioni di euro, uno degli acquisti più costosi di sempre, fermato da un infortunio che lo ha messo a bordo campo e ha fatto ricomparire, nell’immaginario collettivo, l’Olympiacos.

Il muro azzurro

Poi è rinato il Comandante, è tornato ai suoi livelli, si è trasformato nel leader tecnico e mica solo di una squadra che già con Sarri, stagione 2017-2018, s’era dimostrato d’acciaio (29 gol subiti, uno in più della Roma, cinque in più della Juventus) e che solo a Firenze, in albergo, avrebbe smarrito il proprio senso di orientamento. Koulibaly è l’uomo dei sogni che ha rapito Spalletti («quando lo incrocio sto meglio e questa è una sensazione che penso avvertano anche gli altri ragazzi») e che a San Siro, domenica sera, rientra, dopo la giornata di squalifica rimediata per l’espulsione di Salerno: lui in mezzo, con Rrahmani al proprio fianco, Di Lorenzo sulla destra e Mario Rui a sinistra; e, alle loro spalle, Ospina. […] La sorpresa si chiama Amir Rrahmani, 28 anni il prossimo febbraio, titolare ormai dalla quarta giornata, un’eredità lasciatagli da Manolas e custodita gelosamente nel bimestre successivo: da quella sera, a Udine, lo stadio che un anno fa l’aveva «bocciato» per un errore umano e però gigantesco, sempre titolare in campionato, una panchina (per turnover) in Europa League e una presenza sempre affidabile con Koulibaly, divenuto il socio con il quale attrezzare la controffensiva.

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