Napoli, amabili resti

L’ urlo di Spalletti a Massa a tempo ormai scaduto – «bastaaa!, bastaaa!» – un’eruzione di sofferenza e ansia. Quelle di un Napoli al quale il Var (fuorigioco attivo di Giroud, ci risiamo) aveva appena restituito la vittoria a San Siro e che stava chiudendo con Malcuit a destra, Rrahmani (il migliore in campo) e Juan Jesus in mezzo e Ghoulam in appoggio a Di Lorenzo. Gli amabili resti. Il Napoli meno probabile dell’anno, un’invenzione del destino cinico e baro che ha saputo interpretare l’unica partita possibile: difesa a oltranza, con il finale alla bella marinara, e contropiede.

Non abbiamo visto il Milan-Napoli presente in cartellone da agosto, ma un’altra cosa. Quando vengono a mancare nella stessa occasione – per infortunio o per altre ragioni – cinque titolari per squadra, quasi tutti attori protagonisti (e non venitemi a parlare di compagnie allargate e di equivalenze tecniche) si assiste a uno spettacolo minore nel quale l’organizzazione e la qualità lasciano obbligatoriamente spazio alle buone intenzioni, alle urgenze di classifica e alla paura; una recita che insegna come per superare gli ostacoli la fantasia aiuti molto.

Un lampo di Elmas a San Siro: il Napoli vince 1-0 con il Milan

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Non si è dunque trattato di una sfida scudetto in senso stretto – aveva ragione Pioli – ma di un passaggio comunque significativo della stagione, che in questo momento dice Inter, pur senza trasmettere qualcosa di definitivo. Inzaghi ha tanto dalla sua: entusiasmo, ottimismo, stabilità, salute, soluzioni, e gol. Ha innanzitutto il momento.

Contavano solo i punti, ieri sera, per tener vive speranze e ambizioni. E li ha messi in cassa il Napoli che non aveva il Vesuvio dentro, come si augurava il suo allenatore, ma che ha dato un’incoraggiante dimostrazione di serietà e impegno. Il Milan ha fatto molto meno di quello che doveva e poteva: è alle prese con la prima crisi di uomini e di gioco: Kjaer, Rebic, Leão, Calabria e Hernandez non sono peraltro sostituibili, non tutti in una volta almeno.

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Il Cagliari da un Walter all’altro

Gli errori si pagano, spesso più del dovuto. Penso al Cagliari e al salto di qualità che l’ambizioso presidente Giulini inseguiva per i tifosi – e per sé – e che si è presto tramutato in un incubo senza fine. C’è stato un passaggio in cui ho sospettato che le cose stessero per cambiare in peggio: quando l’esperienza ha sostituito la personalità. Per sua natura e vocazione, il Cagliari è una squadra che ha bisogno più della seconda che della prima. Due nomi su tutti: Godin e Barella. Il primo, trentacinquenne, è un giocatore di notevole esperienza, il secondo di personalità lo era anche a vent’anni: la personalità non ha età, l’esperienza sì.

Un altro momento di svolta (negativa) è stato – opinione strettamente personale e dai più non condivisa – l’esonero di Walter Zenga, capace di salvare il Cagliari e lanciare un paio di giovani (Walukiewicz, Carboni) ma in seguito frenato dal lockdown. Dopo Zenga, Giulini ha tentato la carta alta, Di Francesco, purtroppo finito dentro un periodo complicatissimo. A Eusebio è a sua volta subentrato Semplici, infine Mazzarri. L’ultimo errore: Walter è allenatore dai princìpi tattici evoluti e rigidi, per dare e ottenere il meglio ha però bisogno di partire dalla base, dal mercato. Non è tipo da prendere la squadra in corsa: in questi mesi ha avuto anche sfortuna, dovendo affrontare una forma di rigetto da parte di una rosa potenzialmente da 24/25 punti per girone.

La società ha deciso di seguirlo fino in fondo, convinta di potergli consegnare entro il prossimo mese un gruppo più motivato. Lo auguro tanto a Mazzarri quanto al Cagliari, ricordando che, per dirla alla Duras, l’ambizione è una moneta falsa che a volte impoverisce chi la possiede, altre arricchisce chi la sa ben spacciare.

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