Montella, intervista esclusiva: “Mourinho bravissimo a ricreare la magia”

ROMA – Adana è una citta turca di oltre due milioni di abitanti poco distante dal Mediterraneo. Dal settembre dello scorso anno Vincenzo Montella vive lì, da quando ha accettato di guidare la squadra locale, appena tornata nel massimo campionato. Adesso il torneo è fermo, l’Aeroplanino sta trascorrendo gli ultimi giorni di vacanza in Africa, con la moglie Rachele e i due figli Maddalena ed Emanuele, che portano i nomi dei suoi fratelli. Da qualche anno l’ex centravanti dell’ultimo scudetto conduce una vita defilata, lontano dai riflettori: «È una scelta, quando alleni il tempo è totalmente a disposizione della squadra. Sono contento perchè è come se avessi cominciato una nuova carriera, sono ripartito da dietro, con una squadra neopromossa, in una città che non è Istanbul».

Quasi un anno e mezzo, sembra ieri .
«Abbiamo un bel centro sportivo, vivo in albergo, sono andato da solo perchè non ci sono scuole inglesi, con la famiglia c’è comunque modo di vedersi. Sono al campo tutto il giorno, due volte a settimana si va fuori con i dirigenti e i collaboratori, la giornata è scandita dal lavoro».

Che obiettivi avete?
«Quando ho preso la squadra eravamo penultimi e abbiamo sfiorato l’Europa. Quest’anno siamo partiti molto bene, la concorrenza è aumentata, si sono rinforzate tutte, il Galatasaray ha comprato grandi giocatori. Il campionato è altamente competitivo, non è facile, molto dipenderà dal mercato di gennaio, ovvio che la differenza lo fa quello, se hai giocatori che alzano il livello tecnico si può crescere».

È cominciato un Mondiale mai visto.
«Non so se andrò controcorrente, ma non la trovo una scelta scandalosa. Da calciatore avrei preferito così, in Turchia il campionato non si ferma due mesi ma meno, perchè si ricomincia a Natale. In fondo si tratta di una sosta poco più lunga del solito. Trovo molto più scandaloso giocare alle 9 di sera al nord, a gennaio o febbraio, quando si rischiano infortuni».

Lei ha vissuto in solo Mondiale, quello del 2002, non fu fortunato.
«Avevamo una squadra fortissima ma siamo stati un po’ penalizzati, tutti ricordano l’arbitro Moreno. E’ stata una delusione grandissima, potevamo arrivare fino in fondo, un sogno svanito».

Le è mancato qualcosa a livello di Nazionale nella sua carriera di calciatore?
«Del mio passato di calciatore non mi manca niente, so che ho dato il massimo, ho sfruttato la mia macchina al massimo, ho avuto tanti infortuni traumatici. Rimpianti no, i miei sogni sono stati realizzati quasi tutti, nulla di negativo è dipeso da me».

Da allenatore è ripartito da dietro, come dice lei.
«È la seconda fase della mia carriera. Dopo la sosta forzata della pandemia ho avuto delle opportunità, ma non me la sono sentita. Ho trascorso due anni meravigliosi con la mia famiglia. Poi è arrivata l’Adana al momento giusto, ho pensato che fosse la soluzione giusta per rimettermi in gioco, un campionato non tra i primi in Europa, sono ripartito dal basso. Sono orgoglioso di aver contribuito a mandare in Nazionale due difensori centrali, Tayyp Sanuc, poi ceduto al Besiktas, e Samet Akaydin, che veniva dalla serie B ed è stato chiamato in nazionale a 28 anni».

Ha imparato il turco?
«Non è facilissimo, ma ho migliorato l’inglese, con me ho uno staff italiano di quattro persone».

Il rimpianto da allenatore è stato quello di non essere tornato ad allenare la Roma quando era a un passo?
«Ero molto più orgoglioso di adesso, alla fine ho capito con gli anni che anche quando ti dicono che sei stato scelto, fai solo parte di un casting».

Da allenatore ha avuto una carriera precoce.
«Quando ho cominciato avrei voluto allenare per tre anni le giovanili, poi arrivò la chiamata inaspettata per subentrare a Ranieri e mi ha messo con le spalle al muro. Dopo la Roma ci siamo scelti con il Catania, un’esperienza altamente formativa, squadra costruita con un criterio, Lo Monaco ha scelto l’allenatore in base alla squadra, questo è un grande vantaggio».

Come modulo è rimasto legato al 4-3-3.
«Sono molto meno estremo come modulo di gioco, è utopia avere una squadra che rispecchia la tua idea, e bisogna adattarsi. Ora stiamo giocando con il 4-2-3-1».

Al Mondiale chi vede favorita?
«La sorpresa ci sarà sempre. L’Argentina e il Brasile sono le più solide, la Francia è a quel livello, anche se con l’assenza di Benzema è più dura. Mi incuriosisce il Belgio, la stessa Germania».

Roma è rimasta la sua casa, i bambini crescono qui.
«Si sentono romani, sono nati e cresciuti a Roma, non c’è altra possibilità. Anche la femminuccia è tifosissima giallorossa».

Chi lo vince lo scudetto?
«Sono contento per il Napoli e per Spalletti che sta facendo un grande lavoro. Ci abbiamo giocato questa estate e abbiamo pareggiato. A gennaio comincia un altro campionato, diventa più competitivo, ci saranno insidie».

Con Spalletti non ebbe un buon rapporto.
«Con nessun allenatore ho avuto un rapporto semplice (ride, n.d.r.), negli anni mi ha fatto giocare meno di quanto meritassi, ma gli voglio bene lo stesso. Ho capito che era ora di smettere quando non mi arrabbiavo più se non giocavo».

La Roma la segue da lontano. Non è una stagione facile.
«Ha avuto infortuni di giocatori importanti, Dybala, lo stesso Spinazzola, è normale che fatichi. L’argentino sposta gli equilibri, quando non ce l’hai è un problema. Mio nipote va sempre allo stadio e mi manda i video dall’Olimpico. Mi sembra che si sia ricreata una magia tra pubblico e squadra e questo è un merito grandissimo dell’allenatore. La proprietà americana mi piace molto. Parlano poco, programmano, cercano di fare il meglio. Non proclami, ma fatti».

Di Francesco ha avuto un inizio di carriera da allenatore brillante, ora deve ripartire come lei. Ha consigli da dargli?
«È talmente intelligente, oltre che un amico vero e sa qual è il percorso giusto per lui. A volte credere nelle persone è un handicap. Avrà la forza di rimettersi in gioco e dimostrare il suo valore».

Lo scudetto del 2001 resta tra i ricordi più belli da giocatore.
«Sicuramente, come i quattro gol al derby, anche se quei momenti non li ho vissuti come li avrei vissuti adesso. Anche gli anni alla Sampdoria li ricordo volentieri, essere arrivato a giocare in serie A e restarci. In azzurro peccato per quella finale persa con la Francia all’Europeo del 2000. Anche quello è un momento da raccontare ai figli».

C’è un giovane nella sua squadra che consiglierebbe alla Roma?
«Yunus Akgun è un attaccante interessante, anche se ora sta vivendo un periodo poco felice».

Da molto manca all’Olimpico.
«Ho portato i miei figli allo stadio quando c’era ancora Fonseca. È sempre un’emozione fortissima. La Roma ti rimane dentro, ho trascorso dieci anni lì, è inevitabile».

Anche De Rossi ha intrapreso la carriera di allenatore.
«Le stimmate le ha sicuramente. Dovrà essere bravo a spogliarsi dalla mentalità di giocatore. Gli auguro il meglio».

Mancini può rilanciare la Nazionale?
«Penso di sì, ha dimostrato di credere nella Nazionale quando non ci credeva nessuno, ha vinto un Europeo, ha esperienza per farci tornare al livello dell’Italia. Stare fuori due Mondiali di fila è dura».

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