Montella: “Adesso lasciatemi sognare”

LIPSIA (dall’inviato) – Ci incontriamo all’uscita dallo stadio, quando è già passata da un pezzo la mezzanotte: «Sei ancora qua, ma non te ne vai a casa?» chiede con una bella risata. Vincenzo Montella è raggiante e stravolto. Da quando allena, non l’avevamo mai visto così sfrenatamente felice. Ci mancava solo che facesse l’aeroplanino. «Eh», sospira ricordando con un filo di nostalgia i tempi del gol. Ma questa partita, Montella, l’ha giocata, non solo preparata e gestita. L’ha vissuta addosso indicando, esultando, saltando, urlando. Al fischio finale poi è entrato in campo di corsa per festeggiare un risultato insperato: la Turchia non entrava nei quarti di finale di un grande evento dal 2008. Dopo dieci mesi, e sole otto partite di avvicinamento, sta regalando giorni meravigliosi ai milioni di turchi che vivono in Germania. Un divertimento? «Direi più un grattacapo» corregge, sempre ridendo, «perché l’Olanda è dietro l’angolo e non abbiamo tempo di cullarci sugli allori».

Vincenzo, i turchi strombazzano e ballano per le strade. Non dormono mai in questo Europeo.
«È un orgoglio per me averli resi felici. È una responsabilità che sento nei confronti di un Paese che mi ha fatto innamorare. E come me, la sentono i giocatori. È il cuore turco che ci ha permesso di battere l’Austria».

A marzo vi avevano battuto 6-1 in amichevole. In poche settimane è cambiato tutto.
«Ora lo posso dire, a questa partita tenevo particolarmente. Non per una vendetta sportiva contro l’Austria che rispetto tanto (alla fine della partita è andato ad applaudire gli avversari, ndi): è stata più una rivincita con me stesso. Noi allenatori, noi giocatori, siamo competitivi e quella macchia pesava sul mio vestito professionale».

Montella è l’unico italiano felice, adesso. Che effetto fa sentirsi unici?
«Nessuno, sinceramente».

Bugia.
«Macché. Io non mi sento in concorrenza con l’Italia o con gli altri allenatori italiani. Spero anzi che i miei colleghi siano contenti per me. Se un italiano ha successo all’estero è un vantaggio per tutti, si creano nuovi mercati».

Parlando di rivincite, il nostro calcio ha smesso di cercarla dopo un ottimo inizio di carriera.
«Ma io non vivo una sfida con gli altri, semmai con me stesso. Tre anni fa ho deciso di trasferirmi in Turchia perché ho passione e volevo mettermi alla prova. Così ho solo avuto la conferma che di calcio si può parlare ovunque, non solo in Italia».

Però è indiscutibile che Montella sia stato snobbato.
«Per me è stato difficile cambiare aria. Ma ora sono contentissimo in Turchia, un Paese magnifico. Qualche soddisfazione me la sono già tolta, pur essendo abbastanza giovane: ho allenato in Champions la Roma e il Siviglia, ho vinto all’Old Trafford un ottavo di finale passando il turno, ho vissuto tre anni straordinari a Firenze proponendo un calcio innovativo, senza incontristi a centrocampo. Va bene così, davvero».

Un cronista inglese in conferenza ha detto che la parata di Günok ricordava quella di Gordon Banks al Mondiale del 1970. Senza di lui sareste andati ai supplementari e chissà come finiva.
«Ma Günok è lì per parare, è il suo mestiere. Sicuramente è stato bravo, sono contento per lui».

Arda Güler invece è impressionante, non solo per la qualità ma anche per la personalità: a un certo punto ha addirittura arringato la folla.
«Ha fatto una partita superba perché ha saputo snaturarsi: ha corso come non l’ho mai visto correre, lavorando per la squadra. Sono fiero di lui e gli faccio i complimenti. Ma già gli ho detto queste cose in privato».

Lo juventino Yildiz invece, pur mostrando lampi accecanti di talento, non è ancora arrivato a certi livelli.
«È forte, ha una grandissima tecnica in velocità. Difficile fare a meno di lui, anche se deve gestire meglio i momenti della partita e la fase difensiva. Imparerà».

In Turchia già la paragonano ai santoni locali, Fatih Terim o a Senol Gunes.
«Essere accostati a chi ha fatto la storia del calcio turco per decenni mi riempie di orgoglio. Con Fatih ho un bel rapporto, c’è stima reciproca, ci siamo incontrati qualche mese fa. Lui è di Adana, dove ho lavorato. Ho allenato la Fiorentina dopo di lui, il Milan dopo di lui e la Turchia dopo di lui. Diciamo che il nostro incrocio è scritto nel destino».

Quali obiettivi si pone adesso?
«Sognare un po’ alla volta. La gioia della qualificazione è già passata, ora dobbiamo già pensare all’Olanda».

È dura.
«Vediamo. Quasi tutte le partite dell’Europeo sono state in bilico fino alla fine. Mi aspetto che sia incerta anche la prossima. Tutto è possibile nel calcio e ancora di più in questo torneo. Ma dobbiamo stare attenti, la tensione ci può fregare: guarda come ci siamo complicati la vita contro la Repubblica Ceca nel girone».

Siamo all’apice della carriera di Montella?
«Mah, una vittoria non cancella un’altra. Aver alzato una coppa con il Milan è stato meraviglioso, non sono tanti gli allenatori che possono vivere certi momenti. Qui però parliamo di un’altra dimensione, siamo su un livello internazionale in cui rappresenti un Paese. Allora scelgo questo risultato, perché me lo sto godendo adesso».

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